Scannasurice

Autori e Regia

  • Enzo Moscato Autore
  • Carlo Cerciello Regia

Attori

  • Imma Villa

Sinossi

Il testo
”Scannasurice” è uno dei primi testi di Enzo Moscato (il secondo per l’esattezza se si considera “Carcioffolà”, e di poco precedente a “Pièce Noire” con cui vinse il Premio Riccione nel 1985), scritto appena dopo il terremoto del 1980, proprio quando andava definendosi quella che sarà poi chiamata “nuova drammaturgia napoletana” di cui Moscato, insieme con Annibale Ruccello e Manlio Santanelli, è uno dei maggiori esponenti. ”Scannasurice” è, in sintesi, la storia di un “femminiello” dei Quartieri Spagnoli (zona tra le più popolari e popolose di Napoli) il quale abita un tugurio terremotato circondato da rifiuti e topi (i “surice” del titolo) con cui ha un rapporto di amore e odio. Topi che, naturalmente, non sono altro che una metafora del popolo napoletano. In sostanza, “Scannasurice” è il racconto di una discesa negli inferi di una città post terremotata da parte di un personaggio dall’identità incompleta, il “femminiello” per l’appunto, figura che diventerà poi tipica e centrale in tutto il teatro di Enzo Moscato.

La nascita della “nuova drammaturgia napoletana”
L’avvento dirompente di Enzo Moscato sulla scena teatrale napoletana ha rappresentato, all’inizio degli anni Ottanta, una vera e propria rivoluzione sia dal punto di vista stilistico e linguistico, che tematico. Più in generale la “nuova drammaturgia napoletana” si configurò come una corrente di rinnovamento di una tradizione che andava sclerotizzandosi e raccoglieva il lascito e la sfida che Eduardo De Filippo aveva posto all’attenzione dell’Italia e del mondo. Una apparente discontinuità che in realtà si muoveva proprio nel solco tracciato da Eduardo, nel passaggio che c’è tra il clima e i temi delle opere “dei giorni pari” e quelle “dei giorni dispari” benché ci sia un evidente spostamento dagli interni domestici, alle strade, ai vicoli. In altre parole, con “Scannasurice” Moscato inizia a proporsi come un autore che guarda agli aspetti “neri” e deteriori della realtà che lo circonda e della napoletanità. Ha avuto la capacità di sostituire, tematizzandola, l’immagine stereotipata di una Napoli solare e proiettata sul mare, a una buia e tentacolare che emerge, ad esempio, già nella Ortese de “Il mare non bagna Napoli” ma che in Moscato trova compiutezza e lirismo. In sostanza, l’autore ri-costruisce una sua personalissima visione della città e dei suoi abitanti attraverso una lingua completamente nuova che di routine viene definita con aggettivi come: magmatica, babelica, lavica e che è, in effetti e volendo semplificare, il prodotto di un flusso di coscienza di joyciana memoria viscerale e coltissimo che tiene insieme riflessione filosofica e lingua in azione (il napoletano) lasciando esplodere tutti quei segni incisi al suo interno dalle culture che nel corso dei secoli hanno transitato in questa terra. Un’ibridazione tsunamica di tedesco, inglese, francese, spagnolo, greco, latino… il che, come anche Carlo Cerciello ci ha raccontato, fu per i giovani registi dell’epoca un nutrimento straordinario sul piano delle possibilità di messa in scena, di stravolgimento dei linguaggi del teatro di quegli anni. Insomma, come più volte ha scritto l’anziano critico Enrico Fiore, testimone diretto della stagione a cavallo tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, quella fu l’ultima vera grande primato culturale napoletano che simbolicamente e a posteriori potremmo far finire con la dolorosa e prematura scomparsa di Annibale Ruccello (1986) che insieme con Moscato costituiva una coppia inseparabile: quella dei “Dioscuri” come venivano chiamati.

Lo spettacolo di Carlo Cerciello
“Per la messinscena siamo partiti da un’immagine bellissima – ci racconta Cerciello – che è quella dei Quartieri Spagnoli visti dal satellite. A guardar bene appare come un reticolo, una trappola, un labirinto, in cui le persone al suo interno sembrano topi avvolti dall’oscurità. Abbiamo quindi deciso, insieme con Roberto Crea, di prendere questa immagine, di orientarla in verticale e di utilizzarla come scenografia”. All’interno di questa struttura praticabile che occupa quasi interamente la scena si muove Imma Villa nei panni del “femminiello”. La sua interpretazione è una vera e propria maratona attoriale: racconta la vicenda dal suo punto di vista, evoca altri personaggi e spiriti presenti nel testo, dà vita a finti dialoghi, si arrampica all’interno della struttura compiendo velocissimi e continui cambi d’abito. Insomma, la sua è una prova funambolica e intensissima sul piano emotivo. A questo va aggiunta la preziosa confezione che trasforma un bellissimo monologo splendidamente interpretato in uno spettacolo multisensoriale: le musiche di Paolo Coletta, il suono di Hubert Westkemper, le luci di Cesare Accetta e i costumi di Daniela Ciancio. No, non si tratta del classico elenco fatto per citare tutti i collaboratori, in questo caso davvero la grande professionalità dei reparti sotto la guida di un regista dalla mano sicura riesce a trasformare uno spettacolo “piccolo” in un autentico gioiellino, rifinito nei minimi dettagli.

Galleria Fotografica

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Scroll to top