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Il cielo di Palestina

Cast

  • Adattamento e Regia: Carlo Cerciello
  • Scene: Massimo Avolio e Roberto Crea
  • Musiche originali: Paolo Coletta
  • Foto di scena: Andrea Falasconi
  • Aiuto Regia: Aniello Mallardo
  • Assistente Regia: Serena Mazzei

Interpreti

  • Imma Villa
  • Omar Suleiman
  • Raffaele Imparato
  • Paolo Aguzzi
  • Gian Marco Ancona
  • Luciano Dell’Aglio
  • Fabio Faliero
  • Vincenzo Liguori
  • Fiore Tinessa

    Con gli allievi del Laboratorio Teatrale Permanente :

  • Veronica Bottigliero
  • Claudia Cimmino
  • Paola Cipriano
  • Antonio Coppola
  • Dario De Simone
  • Livia Esposito
  • Gaetano Franzese
  • Matteo Giardiello
  • Annalisa Iovinella
  • Ianua Coeli Linhart
  • Giovanni Meola
  • Monica Pesapane
  • Carolina Rapillo
  • Roberta Ruggiero
  • Sara Savastano
  • Claudia Sorgiacomo
  • Agata Spina
  • Con la partecipazione delle allieve dei Laboratori del Teatro 99 Posti e dell’Associazione Vernice Fresca

    I brani iniziali sono cantati dalle allieve:

  • Valentina Clemente
  • Rosaria Alba Chiariello

Sinossi

“I ricchi hanno dio e la polizia, i poveri le stelle e i poeti”
da La terra più amata, voci della letteratura palestinese

Dall’anno 2000, prima messa in scena dello spettacolo, a oggi, nulla è cambiato nella questione palestinese. Al contrario, la tragedia del popolo palestinese è stata quasi del tutto cancellata dalla memoria occidentale. La decisiva affermazione nel nostro Paese di un cinico liberismo e la sconfitta, forse definitiva, delle sinistre, ridotte ormai a una riserva indiana, ha deformato il nostro sguardo alla questione palestinese, sbilanciandolo, univocamente, a favore di Israele. Assistiamo, dunque, inerti e impotenti ad una sorta di “shoah” palestinese, un contrappasso ossimorico della storia.

Lo spettacolo vuole essere un disperato omaggio a un popolo che “non conta niente” sullo scacchiere economico mondiale, e che, pur tuttavia, continua l’impari lotta per sopravvivere a chi l’ha privato di tutto, eccetto la dignità.

Lo spettacolo, prima dell’ingresso in sala, inizia con un documentario sull’uccisione di Rachel Corrie, la ragazza americana travolta da una ruspa mentre cercava di far scudo col corpo all’abbattimento di un edificio, e sulla guerriglia negli insediamenti palestinesi. Lo spettatore acquisisce, così, la consapevolezza degli eventi che, di lì a poco, saranno rievocati in scena, attraverso le memorie di un maestro di scuola.

Il “racconto” scenico ripercorre, in maniera visionaria, le quotidiane e drammatiche vicende del popolo palestinese, e non teme di mostrare un punto di vista schierato in difesa dei più deboli.

Affidando il suo dolore al silenzio della scrittura, il poeta palestinese urla al mondo la tragedia delle sue radici spezzate. La speranza che, un giorno, sia il cuore a prevalere sugli interessi economici è affidata alla poesia, all’unica forma di rivolta non violenta possibile per uomini prevaricati, umiliati e dimenticati. Le scene sono a cura di Massimo Avolio e Roberto Crea, le musiche originali Paolo Coletta

IL PROMO di Antonella Russoniello

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Scannasurice

Cast

  • Autore: Enzo Moscato
  • Regia: Carlo Cerciello

Interpreti

  • Imma Villa

Sinossi

Il testo
”Scannasurice” è uno dei primi testi di Enzo Moscato (il secondo per l’esattezza se si considera “Carcioffolà”, e di poco precedente a “Pièce Noire” con cui vinse il Premio Riccione nel 1985), scritto appena dopo il terremoto del 1980, proprio quando andava definendosi quella che sarà poi chiamata “nuova drammaturgia napoletana” di cui Moscato, insieme con Annibale Ruccello e Manlio Santanelli, è uno dei maggiori esponenti. ”Scannasurice” è, in sintesi, la storia di un “femminiello” dei Quartieri Spagnoli (zona tra le più popolari e popolose di Napoli) il quale abita un tugurio terremotato circondato da rifiuti e topi (i “surice” del titolo) con cui ha un rapporto di amore e odio. Topi che, naturalmente, non sono altro che una metafora del popolo napoletano. In sostanza, “Scannasurice” è il racconto di una discesa negli inferi di una città post terremotata da parte di un personaggio dall’identità incompleta, il “femminiello” per l’appunto, figura che diventerà poi tipica e centrale in tutto il teatro di Enzo Moscato.

La nascita della “nuova drammaturgia napoletana”
L’avvento dirompente di Enzo Moscato sulla scena teatrale napoletana ha rappresentato, all’inizio degli anni Ottanta, una vera e propria rivoluzione sia dal punto di vista stilistico e linguistico, che tematico. Più in generale la “nuova drammaturgia napoletana” si configurò come una corrente di rinnovamento di una tradizione che andava sclerotizzandosi e raccoglieva il lascito e la sfida che Eduardo De Filippo aveva posto all’attenzione dell’Italia e del mondo. Una apparente discontinuità che in realtà si muoveva proprio nel solco tracciato da Eduardo, nel passaggio che c’è tra il clima e i temi delle opere “dei giorni pari” e quelle “dei giorni dispari” benché ci sia un evidente spostamento dagli interni domestici, alle strade, ai vicoli. In altre parole, con “Scannasurice” Moscato inizia a proporsi come un autore che guarda agli aspetti “neri” e deteriori della realtà che lo circonda e della napoletanità. Ha avuto la capacità di sostituire, tematizzandola, l’immagine stereotipata di una Napoli solare e proiettata sul mare, a una buia e tentacolare che emerge, ad esempio, già nella Ortese de “Il mare non bagna Napoli” ma che in Moscato trova compiutezza e lirismo. In sostanza, l’autore ri-costruisce una sua personalissima visione della città e dei suoi abitanti attraverso una lingua completamente nuova che di routine viene definita con aggettivi come: magmatica, babelica, lavica e che è, in effetti e volendo semplificare, il prodotto di un flusso di coscienza di joyciana memoria viscerale e coltissimo che tiene insieme riflessione filosofica e lingua in azione (il napoletano) lasciando esplodere tutti quei segni incisi al suo interno dalle culture che nel corso dei secoli hanno transitato in questa terra. Un’ibridazione tsunamica di tedesco, inglese, francese, spagnolo, greco, latino… il che, come anche Carlo Cerciello ci ha raccontato, fu per i giovani registi dell’epoca un nutrimento straordinario sul piano delle possibilità di messa in scena, di stravolgimento dei linguaggi del teatro di quegli anni. Insomma, come più volte ha scritto l’anziano critico Enrico Fiore, testimone diretto della stagione a cavallo tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, quella fu l’ultima vera grande primato culturale napoletano che simbolicamente e a posteriori potremmo far finire con la dolorosa e prematura scomparsa di Annibale Ruccello (1986) che insieme con Moscato costituiva una coppia inseparabile: quella dei “Dioscuri” come venivano chiamati.

Lo spettacolo di Carlo Cerciello
“Per la messinscena siamo partiti da un’immagine bellissima – ci racconta Cerciello – che è quella dei Quartieri Spagnoli visti dal satellite. A guardar bene appare come un reticolo, una trappola, un labirinto, in cui le persone al suo interno sembrano topi avvolti dall’oscurità. Abbiamo quindi deciso, insieme con Roberto Crea, di prendere questa immagine, di orientarla in verticale e di utilizzarla come scenografia”. All’interno di questa struttura praticabile che occupa quasi interamente la scena si muove Imma Villa nei panni del “femminiello”. La sua interpretazione è una vera e propria maratona attoriale: racconta la vicenda dal suo punto di vista, evoca altri personaggi e spiriti presenti nel testo, dà vita a finti dialoghi, si arrampica all’interno della struttura compiendo velocissimi e continui cambi d’abito. Insomma, la sua è una prova funambolica e intensissima sul piano emotivo. A questo va aggiunta la preziosa confezione che trasforma un bellissimo monologo splendidamente interpretato in uno spettacolo multisensoriale: le musiche di Paolo Coletta, il suono di Hubert Westkemper, le luci di Cesare Accetta e i costumi di Daniela Ciancio. No, non si tratta del classico elenco fatto per citare tutti i collaboratori, in questo caso davvero la grande professionalità dei reparti sotto la guida di un regista dalla mano sicura riesce a trasformare uno spettacolo “piccolo” in un autentico gioiellino, rifinito nei minimi dettagli.

Galleria Fotografica

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

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La Madre

Cast

  • Autore: Bertolt Brecht
  • Regia: Carlo Cerciello
  • Produzione: Teatro Elicantropo

Interpreti

  • Imma Villa
  • Antonio Agerola
  • Cinzia Cordella
  • Marco Di Prima
  • Annalisa Direttore
  • Valeria Frallicciardi
  • Michele Iazzetta
  • Cecilia Lupoli
  • Aniello Mallardo
  • Giulia Musciacco
  • Roberta Di Palma
  • Antonio Piccolo

Sinossi

SUL TESTO di Brecht
Bertolt Brecht ha tratto la materia del suo Lehrstück La Madre (1932) dall’omonimo romanzo di Maxim Gorki (1907) che narra la storia di Pelagia Vlassova che, convertita al pensiero politico del figlio Pavel e dei suoi amici, viene coinvolta nelle loro azioni clandestine e per questo chiamata da tutti La Madre.
Brecht allunga la durata della vicenda nel tempo (fino alla prima guerra mondiale e alla vigilia della rivoluzione d’ottobre), rispetto all’opera originale di Gorkij, e ne allarga dunque anche i significati; è un notevole modello di Lehrstuck, cioè di dramma didattico, ma portato ben oltre le misure geometriche, per esempio, di «L’ eccezione e la regola». C’è in realtà, qui, invece dell’equidistanza che caratterizza la posizione di Brecht nei confronti dei personaggi-pedine delle sue drammaturgiche partite di scacchi (parliamo sempre dei drammi didattici), un’evidente carica sentimentale che investe il personaggio di Pelagia Vlassova, la madre. Questa carica, tuttavia, non porta all’ identificazione dell’autore col personaggio.
Grosso animale, tutto istinto e intelligenza naturale, Pelagia Vlassova, madre dell’operaio Pavel, giovane rivoluzionario nella Russia del 1905, è posta al centro dell’azione, come oggetto di un esperimento di recupero alla coscienza della sua classe. Non per nulla, quest’opera di Brecht, scritta fra il 1930 e il 1931, ultima ad essere rappresentata, con una memorabile interpretazione di Helene Weigel (che fu anche la protagonista della famosa ripresa al Berliner Ensemble), nella Germania pre-hitleriana (poi, per Brecht, sarebbe cominciato l’esilio), venne anche definita la «storia di un apprendistato». E’ l’apprendistato della madre proletaria sulla «lunga strada tortuosa della sua classe»; con i vari gradini, su su fino alla consapevolezza completa, che la rende forte fino a farle sopportare quasi senza battere palpebra la morte del figlio fucilato dalla polizia zarista.
Nella Russia negli anni compresi tra il 1905 e il 1917, Pelagia Vlassova compie una decisiva presa dl coscienza dei problemi e delle sofferenze della sua classe. Il suo è un cammino ascensionale: certo, al suo primo atto rivoluzionario è spinta per difendere il figlio Pavel, ma successivamente a ogni sua nuova azione cresce in lei la consapevolezza e la convinzione che le cose debbano cambiare: ed eccola allora diventare «l’incarnazione medesima della prassi» come ha rilevato giustamente Walter Benjamin.
Lo scopo primo di Brecht era qui quello di mostrare a un pubblico proletario che alla scuola della lotta quotidiana i lavoratori possono trasformarsi in tecnici della politica; è pertanto chiaro che in alcuni punti si cada nella divulgazione di un comunismo che oggi può apparirci un poco elementare. Ma non dobbiamo dimenticare gli anni in cui Brecht scrisse La madre, anni che vedono la Germania trascinata in un caos senza precedenti: situazione catastrofica (quattro milioni di disoccupati nel dicembre 1930 che salgono a cinque nei pri­mi mesi del ‘31) nella quale lo stesso partito comunista non si distingue per chiarezza strategica. Si spiega così facilmente il richiamo, in termini molto semplici, ai limiti della divulgazione spicciola, di Brecht, a una corretta prassi marxista.
L’interesse e il valore de La madre non sono però di natura esclusivamente politica, dobbiamo pure sottolineare che il lento configurarsi, entro gli schemi del teatro didattico, di un nuovo personaggio drammatico, che non è più l’anarchico ribelle degli esperimenti giovanili, ma neppure la maschera astratta di tanti Lehrstucke, si coagula per la prima volta nel profilo aspro e insieme umano della Madre, con cui Brecht inaugura quella galleria di straordinarie figure femminili che giunge attraverso Mutter Courage e Shen Te, fino alla Grusa del Kaukasischer Kreidekreis.

Galleria Fotografica

Premi & Riconoscimenti

  • Spettacolo candidato al premio Landieri Vodisca Teatro – Con Imma Villa –
  • Premio della Critica A.N.C.T. 2013
  • Spettacolo Vincitore del 12° Festival Teatrale di Resistenza – Premio Museo Cervi –


Teatro per la Memoria
con la seguente motivazione:

“Spettacolo vorticoso, di altissima intelligenza teatrale nella coralità d’insieme, nella recitazione dei singoli interpreti, prodigiosa la protagonista, Imma Villa nella parte di Pelagia Vlassova, il ruolo del titolo, una regia di Carlo Cerciello, colta e rigorosa nei singoli elementi e geniale nell’insieme, travolgente nella veloce scansione delle scene lasciando però anche il tempo per la più intensa delle commozioni (la morte del figlio), con gli elementi dello straniamento Brechtiano che – come doveva essere – sanno ben dialogare con l`immedesimazione più intima, coinvolgendo anche il pubblico nella complessa dialettica tra emozione e razionalità, partecipazione profonda e consapevolezza critica.”

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

IL TRAILER

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