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ART

Cast

  • Autrice: Yasmina Reza
  • Regia: Zio Albert

Interpreti

  • Chiara Mazza
  • Sonia Guerriero
  • Maria Vittoria Pellecchia

Sinossi

Una grande tela dipinta di bianco. Il fondo è bianco e strizzando un pochino gli occhi si possono notare delle sottili striature trasversali, bianche. Fanny ha speso un capitale per averla, Catherine pensa sia una merda bianca e Claudette avanza inconsciamente la possibilità che dietro ci sia un pensiero. Tre donne, tre personalità differenti, tre stili di vita. Col pretesto di un quadro si scaglia su di loro, generando situazioni tanto feroci quanto esilaranti, le dieu du carnage.

Art prende di mira gli intellettuali metropolitani, quelli che sfoggiano cultura, che cercano continuamente di affermarsi attraverso un sistema di valori costituito e allo stesso tempo subìto; mette a nudo, con ironia, la natura umana, le sue dinamiche psicologiche, le sue bassezze e le pone in relazione con l’altro.

L’amicizia risulta strettamente confinante con invidia e individualismi, il rischio di sovrapposizioni è continuo e inevitabile. Andando oltre la tela balzano in scena crudeltà, doppiezze, falsità. La decadenza è inesorabile.

Alla base di tutti i rapporti c’è un demone: l’esigenza di dare un senso alla propria esistenza attraverso l’autoaffermazione. Ma in agguato c’è sempre lo spettro della solitudine. La riconciliazione, la riuscita di una relazione, non solo d’amicizia, sacrificano, forse, qualcosa che spesso si considera base necessaria di un legame: la sincerità.

Ma è davvero così? Cosa serve realmente per preservare un rapporto a cui teniamo? E se fosse la menzogna a venirci in aiuto?

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Porta Chiusa

Cast

  • Autore: P. Sartre
  • Regia: Roberto Negri
  • Assistente di Regia: Alice Mele
  • Musiche originali: Gianni Saponara e Giulia Camoglio
  • Luci e Fonica: Carlo D’Andreis

Interpreti

  • Roberto Negri
  • Lavinia Biagi
  • Paola Tarantino
  • Miguel Ceriani

Sinossi

Il teatro come strumento principe di comunicazione. Il testo/manifesto dell’incomunicabilità. Un soggetto attualissimo dopo 50 anni. La combinazione ideale per il progetto di una compagnia che basa la sua ricerca sulla necessità del Teatro.  I forti connotati socio-politici del pensiero sartriano, trovano nella messa in scena l’occasione di superare la barriera del contingente e aprirsi ad una dimensione mitica. L’ambientazione si proietta in una zona ai limiti della realtà temporale, forse un attimo dopo il presente. La dimensione surreale della piece conferma così la sua forza evidenziando oggi ancor più l’ordinaria follia del quotidiano. Porta chiusa è una riflessione sul rapporto con gli altri: les autres è il titolo con cui il lavoro viene inizialmente pubblicato; l’autore dichiara l’inferno sono gli altri ma gli altri siamo noi. Aprire la porta chiusa dalla volontà di isolamento, è un gesto di liberazione individuale, che diventa immediatamente collettivo; l’unico gesto possibile per uscire dall’inferno della commedia sociale.

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Premi & Riconoscimenti

[…] uno spettacolo di ottima fattura […] il pubblico ha mostrato di accogliere pienamente […] un’opera d’arte forse mai eguagliata dallo stesso autore […] Emilia Costantini Il Giornale

Segnaliamo questo spettacolo per le capacità di tutta la compagnia […] Giudizio: ottimo  Redaz. Spettacolo L’Unità 

Nell’essenziale spazio scenico […] gli attori si muovono con convinzione […] Sono questi gli spettacoli che riportano i giovani a teatro e il teatro a discutere Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un atto unico ritenuto l’opera teatrale più riuscita di Sartre […] Montato molto abilmente […] L’ottima e motivata regia é ritmica, stringente […] Egidio Pani La Gazzetta del Mezzogiorno

Porta Chiusa è uno spettacolo da non perdere: […] adattato con grande capacità e senso scenico […] Gli attori, sono veramente una piacevole sorpresa. […]  Mario Fazio L’altro Magazine- quotidiano online

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

Recensioni

“Chi è l’altro? L’inferno!”. Nella nostra smania citazionista di adolescenti che s’affacciavano al mondo dello scibile, nel nostro orgasmo di sapere voracemente sunto da ogni fonte in cui ci si imbattesse, era questa una delle frasi più ricorrenti che ci piaceva sciorinare. Era a effetto, faceva scena; e poco cale se il senso profondo che la permeava ci apparisse sostanzialmente nebuloso; lo avremmo appreso solo crescendo, allorquando la nostra formazione culturale si sarebbe adoperata ad acquisire la dimensione della profondità. La frase era desunta da Jean-Paul Sartre e la profondità di senso che si citava condensata in uno stralcio dotato di molta approssimazione e poca veridicità filologica, è tutta svolta in Porta chiusa, drammaturgia sartriana per l’occasione messa in scena dalla compagnia romana Officina Dinamo.

Un uomo in divisa, con tanto di giubba a livrea, è un maggiordomo beffardo che accompagna i personaggi su una scena su cui triangolano tre panche; sullo sfondo bronzea erma dallo sbozzato sembiante ferino, di una qualche divinità degl’Inferi, è testimonio allusivo del dove. Tre figure, un uomo e due donne, verranno progressivamente introdotte dal cerbero in divisa (o forse più un caronte senza obolo né traghetto), confermando fra gli echi sardonici dei suoi scoppi di risa che i tapini son giunti in un vano infernale, dietro una porta serrata al di qua della quale reitera angustia e costipazione una teoria di camere, corridoi, scale, a cui si congiungono altre camere, altri corridoi, altre scale; niente finestre, niente specchi, niente oggetti da rompere, nulla di nulla; solo angustia e costipazione.
Garcin è un giornalista irrequieto, Ines una lesbica dal profilo affilato e dal carattere parimenti spigoloso, Estella una giovane donna dal fascino fatuo. Tre individui concentrati in uno spazio circoscritto e senza uscita riproducono post mortem dinamiche proprie di quella vita da cui li ha strappati prematura e cruenta assenza; ciascuno di loro ha lorda la coscienza, ciascuno di loro ha un crimine, una efferatezza, un delitto da espiare. E ognuno di loro, in forme e gradazioni diverse, è attanagliato da un senso di sospesa inquietudine che veicola l’interazione, che li induce a sospettare gli uni degli altri.
La sospensione del tempo, in un luogo senza tempo, lascia insorgere il sospetto che l’attesa diuturna del boia possa far sì che ciascuno sia boia dell’altro: inferno nell’inferno, riproduzione extraterrena di dinamiche terrene, impossibilità di superare il particolarismo individuale mediante qualsivoglia forma di comunicazione ed interrelazione che possa dirsi savia, lo spazio chiuso della scena propone molecole bipedi e instabili, la cui vita s’è disgregata, che si ritrovano nello spazio chiuso della morte a riproporre il meccanismo di un domino inconsapevole giocato da inconsapevoli tessere che tentano di comporsi senza sosta, senza costrutto.
Il mondo per costoro trapassati non è ridotto soltanto a vago ricordo, ma è ancora uno spaccato su cui poter posare uno sguardo curioso e di vita ancora bramoso, ultimo retaggio ed estremo ganglio che perdura nel tenerli legati al consorzio dei vivi, delle cui vicende essi continuano ad esser visualmente spettatori, emotivamente partecipi.
La regia di Roberto Negri ricrea sulla scena la carica emozionale e la tensione psicologica che permea i personaggi, cui attori di buona levatura conferiscono dimensione e spessore. Unico limite della pièce quel sofisticato intellettualismo di fondo che presiede alla scrittura sartriana e che potrebbe in alcuni momenti appesantire la struttura drammaturgica: rischio corso, sfiorato, ma alla fine superato senza lasciar in assito trucioli di noia.
In personaggi che in ribalta ripropongono il ciclico e inane agire umano, risuona la voce d’attori che sulla medesima ribalta ripropongono il ciclico (ma non inane) copione mandato a memoria. Vano è l’affannarsi rio e perverso dell’uomo contro l’uomo; pregevole il racconto portatone in scena.

A cura di: Michele Di Donato
www.ilpickwick.it

 

La Parola “Madre”

Cast

  • Autori e Regia: Luigi Imperato e Silvana Pirone
  • Costumi: Francesca Balzano
  • Disegno Luci: Paco Summonte
  • Attrezzeria: Monica Cagliola e Stefano D’Agostino

Interpreti

  • Fedele Canonico
  • Domenico Santo
  • Salvatore Venuso 

Sinossi

Libero tradimento da “Emma B. vedova Giocasta” di Alberto Savinio

Una notte dopo quindici anni di assenza, Emma B. incontrerà suo figlio. E’ una notte di attesa, ma anche di festa. Savinio immagina la sua protagonista sola in scena, in un monologo allucinato; noi le affianchiamo  due personaggi  che insieme a lei danno vita ad  una danza dell’attesa e nello stesso tempo si fanno narratori-testimoni di un segreto profondo e impronunciabile: l’incesto compiuto dalla protagonista con suo figlio per sottrarlo ad una ispezione nazista. La condanna dell’incesto resta sulla soglia dell’ambiguità: Emma infatti è  madre, ma sembra riconoscere  nel figlio il suo uomo, o ancora meglio il suo complemento, l’essere umano da lei generato e che può renderle il  sesso mai posseduto, e la libertà legata all’essere maschio.
Delusa da una prima figlia perché femmina e condannata a passare da un padrone all’altro (padre, madre, marito), sembra pronta a voler portare a se definitivamente quel figlio, il quale ha per troppo tempo cercato in altre donne la felicità e fatto fatica a “pronunciare la parola madre fuori da certi significati”.

 Note di regia
Il nostro allestimento esplora questo mondo materno attraverso tre uomini che recitano donne. La negazione del ruolo della femminilità viene pronunciato da voci maschili che tentano di invertire il proprio sesso.
Emma sembra fare i conti con una realtà desolante che non accoglie le sue urla soffocate in sospiri, e cerca di sfuggirne attraverso quello che ritiene il suo atto più potente: la messa al mondo di un uomo, maschio. La realtà di questo uomo e di quello che per lei ha significato e significa (compreso il peccato come affermazione) sembra in ogni momento labile e prossima più ad un fantasma che ad una persona. Il suo mondo pare una messa in scena rituale dell’attesa materna al fine di evadere da una mortifera solitudine.

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Premi & Riconoscimenti

  • 2007: premio Nuove sensibilità, menzione e borsa di produzione per lo spettacolo La parola “madre” (produzione Vesuvioteatro) assegnato da Nuovo Teatro Nuovo di Napoli e Teatro Pubblico Campano in collaborazione con Teatro dei Filodrammatici di Milano, Amat, Teatro Stabile delle Marche, Teatro Pubblico Pugliese, Festival internazionale Castel dei mondi, Teatro di Sardegna, e con il sostegno dell’ETI (Ente teatrale Italiano).

 Tradire è forse nella tradizione, ma il tradimento non è di tutto riposo.
Ho dovuto compiere un grande sforzo per tradire i miei amici: in fondo c’era la ricompensa
Jean Genet

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

IL DIBATTITO dopo lo spettacolo

Recensioni

Inconscio di una madre messo a nudo in un interno: denudato e narrato sfruttando al meglio le molteplici possibilità offerte dalla mimesi teatrale. Questo è La parola ‘Madre’, libero dichiarato tradimento dall’atto unico Emma B. vedova Giocasta di Alberto Savinio, messo in scena con felice congegno dalla compagnia “Teatro di Legno”.

Brucia, nel fuoco che riverbera in un bacile, una lettera che preannuncia un ritorno; a torso nudo, nella penombra, tre persone attorno ad un tavolo, danno cominciamento alla mimesi rivestendosi. E travestendosi: sono uomini in vesti di donna. Anzi in veste – unica – di donna, visto che identica è la mise, medesimo è il personaggio che incarnano: corpo di madre fasciato d’amaranto in un cupo ambiente che pare muffito da un tempo defluito senza essere vissuto. Come fluisce il tempo vano di un’attesa che scolora in solitudine. Emma è anima inquieta di donna dalle cui membra è defluito il colore, ad ingrigirla è psicosi materna ambigua e morbosa, che la fa nevrotica nel dire e nel gestire e che la proietta verso un figlio vagheggiato in un possesso che travalica l’essenza della “parola ‘Madre’”, oltrepassando la sdrucciolevole linea di confine di un Edipo inconsulto.
L’attesa e la ripetizione, l’uno e il molteplice: si attende il ritorno a casa di un figlio, Millo, che da parte sua ha sempre cercato il riprodursi e il replicarsi della figura materna in donne più grandi. Ad attenderlo una madre replicata in triplice copia, giacché un corpo solo non basta a raccontare tormenti e conflitti che s’agitano in ventre materno. Moltiplicati sono i quadretti, quasi icone votive, che la donna replicata in tre appende nella stanza: rappresentano tutte il figlio. La triplicazione scenica, per giunta en travesti, di Emma ne connota la figura moltiplicandone le nevrosi, dettagliandone l’indole; un’indole che non può esser repressa e accantonata in un armadio come un abito vecchio e sdrucito, ma che anzi vuol venir fuori e raccontarsi. La parola ‘Madre’ è appunto questo: esibizione (teatrale) di un inconscio che si palesa e si dà, sfaccettandosi in un trittico di cui ogni singola parte riconduce all’unità. Ed è unità ambigua, che rivela solo parzialmente, per ammicchi ed allusioni, il torbido che sottende ad un legame madre-figlio irrisolto: un ricordo che affiora sgranato dal tempo della guerra, un atto di devozione materna – per salvar la vita al figlio sacrificando il proprio pudore – narrato come prodromo di un presumibile incesto, appena evocato, soltanto sfumato, forse vissuto e consumato, senz’altro introiettato come (in)conscia proiezione.
La mimesi del teatro interviene – ottimamente orchestrata da una regia intelligente – giocando sulle immagini del travestimento e dell’evocazione, alleggerendo col brio efficace e mai eccessivo degli attori in scena, il rappresentarsi di un tema di per sé scabroso e che invece si vena di ironia quando non addirittura di comicità farsesca, segnatamente nella scena in cui le tre madri (che poi sono una) giocano a carte creando un effetto nonsense particolarmente ridanciano.
Temi musicali di raffinata suggestione contrappuntano il fluire scenico: si va da Beethoven a René Aubry, passando per Rossini e per il tema musicale dello storico Pinocchio televisivo (d’altronde, è di scena “Teatro di legno”!), firmato Comencini, musicato da Fiorenzo Carpi.
La parola ‘Madre’ è messinscena che contempera e dimidia con acume dramma e ironia, gioca molto bene con gli strumenti a propria disposizione, padroneggiandoli senza abusarne.
Mimesi teatrale, commedia scabra dal tono leggero (ma non fatuo) che racconta dell’attesa e del molteplice.
L’applauso convinto, onesta ricompensa.

A cura di: Michele Di Donato
www.ilpickwick.it

 

Medea

Cast

  • Autori, Regia e Traduzione: Annika Strøhm e Saba Salvemini

Interpreti

  • Medea: Annika Strøhm
  • Giasone, Creonte, Egeo, Messaggero: Saba Salvemini

Sinossi

Medea. La donna di cuore devota al letto nuziale ed alle sue antiche leggi sposa l’uomo di ragione ed azione che appartiene allo stato ed alla società.
La storia della sua rivolta contro un mondo in cui rispetto, fedeltà, fiducia, responsabilità, amore sono scomparsi. Medea compie il  sacrificio più alto. La vendetta più atroce. Per pugnalare questo mondo bisogna colpirlo… al cuore.
Una storia che, in un mondo di genitori che fanno di tutto per crescere al meglio i figli, si fa tragedia in nome dell’amore. Una tragedia d’amore e libertà.  Una tragedia dove a pagare sono i figli, tutti i figli ed in cui tutto è umano….terribilmente umano.
In scena a rivivere il dramma due soli attori, come ai tempi dell’antica Grecia.

POCHE NOTE:

Una messa in scena nuda e semplice ospiterà gli attori. Gli attori si occuperanno di restituire i fatti rivivendo il dramma di questa storia che si fa tragedia. Il personaggio di Medea verrà giocato da Annika Strøhm mentre Giasone, Creonte, Egeo ed il messaggero verranno giocati da Saba Salvemini.
Una messa in scena umana.
Partiamo dal presupposto che un classico abbia una sua forza interna che gli garantisce la possibilità unica di varcare tempo e spazio, un’assoluta universalità di certi sentimenti che esprime anche la sua atemporalità. Non ci occupiamo di attualizzare il testo. Facciamo un lavoro sul linguaggio, un linguaggio diretto, vero, al limite del quotidiano, dove anche gli improvvisi inserti del mito possono articolarsi in dialoghi perfettamente credibili. Diamo spazio alle relazioni umane ed a una messa in scena  che ripercorra la stessa essenzialità. Così che ci sia la possibilità, per lo sguardo attento, di svelare tra le maglie della realtà tutti quei piani – mitici, iniziatici, sociali…- che, da secoli, il testo offre allo spettatore. Personaggi spogliati di qualsiasi riserva mitica e la cui forza, l’epicità insomma, sta nei dubbi e nelle certezze che si mescolano senza che nessuno possa mai stabilire cosa sia bene e cosa sia male. La messa in scena di una visione, profondamente laica; visione che spingeva Euripide a immaginare creature che hanno perso molti punti di riferimento, molte certezze e che vivono dell’incostanza dei sentimenti che agitano l’anima. Non prediligiamo un punto di vista, ma restituiamo i fatti – fatti legati a molteplici interpretazioni. Una messa in scena che intende svelare la modernità di un classico e lasciare libero lo spettatore di cogliere i piani di riferimento che gli sono più affini.

Uno spettacolo che pone l’accento sul lavoro dell’attore piuttosto che sugli effetti teatrali.

 IL MATERIALE TESTUALE

Il testo utilizzato per lo spettacolo è quello della Medea di Euripide.
Sono stati “tagliati” i personaggi della nutrice e del pedagogo ed il testo del coro.
Il coro è il pubblico a cui i personaggi, talvolta, si rivolgono. Gli spettatori sono così, dichiaratamente, testimoni ed arbitri delle vicende della casa di Medea e Giasone.
Il rimanente testo, scene e monologhi, è integrale.
La traduzione è stata realizzata mettendo a confronto il lavoro di diversi traduttori italiani, francesi, inglesi, spagnoli e norvegesi con il fine di ritrovare, nel massimo rispetto del testo, una versione quanto più teatrale possibile.

Progetto realizzato con il sostegno dello Spazio Off di Trento e ResExtensa

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Premi & Riconoscimenti

  • Ha debuttato ad aprile al Teatro Kismet Opera di Bari ed in anteprima al Teatro Civico14 di Caserta.
  • Ha vinto il bando di Residenza Offx3 dello SpazioOff di Trento ed è stato selezionato per la finale del bando Vd’A – Voci dell’anima 2011;

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

IL DIBATTITO dopo lo spettacolo

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From Medea – (Maternity Blues)

Cast

  • Autrice: Grazia Verasani
  • Regia: Gino Brusco
  • Scenografia: Marco Barberis
  • Luci e Suoni: Antonio Manconi e Fiorella Regina

Interpreti

  • Vincenza: Chiara Amalberti
  • Eloisa: Chiara Giribaldi
  • Marga: Giorgia Brusco
  • Rina: Federica Spanò

Sinossi

FROM MEDEA è un dramma moderno, ironico, a tratti brillante, come solo la vita vera può esserlo. Quattro donne si raccontano durante i lunghi giorni in un carcere e mentre si narra la loro quotidiana convivenza fatta di ritmi, sogni, abitudini, si svela il loro profondo dolore; poco per volta l’autrice rivela pazientemente e con suspence da thriller psicologico il motivo della loro permanenza in quel luogo: scontano la pena in un carcere psichiatrico condannate per infanticidio.

Questo il tema di “From Medea (maternity blues)“, piéce teatrale scritta da Grazia Verasani nel 2001.

I quattro personaggi femminili, pur diversi per personalità e background culturale, sono accomunati da una maternità rifiutata che li ha portati a compiere un drammatico gesto, e da una ricerca disperata di normalità nell’elaborazione ed espiazione di una condanna che è soprattutto interiore.

In realtà la trama costituisce quasi un espediente per scavare nell‘intimo delle donne, per cercare di capire cosa significa davvero essere madri, tralasciando lo stereotipo di un istinto materno naturale in ogni donna e di una maternità serena ed edificante.

Dalla convivenza forzata germogliano amicizie, spezzate confessioni, un conforto mai pienamente consolatorio ma che fa apparire queste donne come colpevoli innocenti.

Rina, infantile e debole ragazza-madre, ha affogato la figlia nella vasca da bagno in una sorta di eutanasia.

Eloisa, passionale e diretta, caustica e a volte persino cattiva, è un personaggio complesso:  crudele e spassoso e irriverente ad un tempo, che sbandiera un cinismo solo di facciata.

Marga sconta gli effetti di un’esistenza basata su un’apparente normalità, non sa esprimere i propri sentimenti e sospetta di non averne mai provati: uccide il figlio neonato per un “non amore”, per stanchezza, per una depressione – maternity blues – da cui non riesce a guarire.

Vincenza, è una madre di famiglia matura e responsabile, il vero punto di riferimento per tutte le altre.

Grazie alla sospensione del giudizio nei loro confronti, queste donne, che pure sono delle assassine, di fatto non appaiono mai come tali, anzi piacciono, a tratti divertono e si finisce col comprenderle. E tale sospensione si traduce anche in una sospensione temporale volta a sottolineare il significato valido universalmente di una storia drammatica e complessa come questa.

colori contribuiscono a dare il senso della pesantezza di una colpa e di una condanna, ma i grigi si alternano di tanto in tanto con il chiarore che illumina i volti delle protagoniste nelle scene topiche, come quella ‘liberatoria’ in cui si ritrovano intorno al tavolo al centro della scena a cantare a squarciagola le canzoni di Vasco.

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Premi & Riconoscimenti

  • Arlecchino per il migliore spettacolo, premio per la migliore regia a Gino Brusco e per la migliore attrice giovane a Federica Spanò alla 64^ edizione del Festival Nazionale d’Arte Drammatica di Pesaro.
  • Premio quale miglior attrice ex aequo alle quattro protagoniste e premio speciale “Terzo Teatro” al 21° Festival Teatrale Internazionale “Castello di Gorizia”.
  • Premio quale attrice esordiente a Federica Spanò e quale miglior scenografia a Marco Barbersial 43° Festival Teatrale “Macerata Teatro”
  • Premio Folle d’Oro quale migliore spettacolo, migliore regia a Gino Brusco, miglior attrice a Maura Amalberti e gradimento del pubblico alla III Edizione del Premio Teatrale “Giovanni Mellano” di Fossano
  • Premio quale miglior spettacolo, quale migliore attrice ex aequo alle quattro protagoniste, alla migliore scenografia a Marco Barberis al 31° “Sipario d’oro” di Rovereto
  • Premio quale miglior allestimento e quale migliore compagnia al 24° Festival  “Maschera d’oro” di Vicenza, dove la compagnia, essendosi aggiudicata il prestigioso
  • Premio “Faber Teatro”, ha l’onore di riproporre lo spettacolo nello storico Teatro Olimpico il 26 maggio 2012

“From Medea” è stato selezionato dalla UILT nazionale per rappresentare l’Italia a “Les Estivades”, festival internazionale di teatro non professionistico che si terrà, sotto l’egida della CIFTA, a Marche-en-Famenne (Belgio) nell’agosto 2012.

IL VIDEO di Maurizio Picariello

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

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Un tram chiamato desiderio

Cast

  • Autore: Tennessee Williams
  • Adattamento e Regia: Marcello Andria

Interpreti

  • Mitch: Leandro Cioffi
  • Eunice: Lea Di Napoli
  • Stella: Marianna Esposito
  • Stanley: Ernesto Fava
  • Dottore: Geppino Gentile
  • Steve: Andrea Iannone
  • Blanche: Flavia Palumbo

Sinossi

Creatura fragile e inadeguata, che si tiene aggrappata alla vita mediante gli esili fili del sogno e della finzione, Blanche ha un passato inconfessabile, segnato da un trauma che ha lacerato in modo irreparabile l’illusione giovanile di un amore poetico e puro. Relitto di una famiglia (se non di un’intera classe) in declino, si vede costretta a cedere l’austera dimora degli avi, dove ha conosciuto i fasti del prestigio e del benessere, e trova rifugio nell’alcol e in rapporti occasionali, divenendo oggetto di derisione e ostracismo sociale.
Sola e sconfitta, fugge disperata da quel mondo sordido, per raggiungere la sorella Stella, la quale, lasciandosi alle spalle la casa in rovina, si è rifatta un’esistenza in un’altra città con un immigrato, Stanley, uomo ruvido, inquieto, dall’esplicita e aggressiva virilità. Quando l’azione scenica ha inizio, Blanche irrompe nel microcosmo – fortemente radicato in una elementare ma vitale quotidianità – che ruota intorno alla giovane coppia. Presenza spuria e malgradita, genera malumori in particolare nel cognato, che da subito riconosce in lei e nell’instabilità della sua psiche turbata una seria insidia per la quiete domestica. Tramontata anche la possibilità di un’unione con l’ingenuo Mitch, vecchio amico di Stanley che si è lasciato abbagliare dal fascino effimero del suo rango superiore, Blanche subirà dapprima l’oltraggio estremo della violenza carnale, per essere poi espulsa come un corpo estraneo dalla piccola comunità, dove invano ha cercato riparo, e terminare la sua corsa affannosa in una casa di cura.

Dramma di grondante emotività, sempre sospeso sul filo di una tensione e di un furore al confine con l’allucinazione, la pièce punta sul contrasto fra due anime inconciliabili, espressione di ceti, mentalità, impulsi antitetici: l’una aristocratica per nascita e cultura, rappresentata nel momento desolante del tramonto; l’altra, in piena ascesa, concreta e avida di nuovi traguardi. Idealista e raffinata l’una, ma devastata dalla malattia del vivere; sana e rapace l’altra, orgogliosa del proprio vigore. Un conflitto riguardato attraverso la lente deformante di un coccio di vetro, sul cui fondo si deposita il residuo oscuro dell’esistenza e del sogno, del peccato e del senso di colpa: un ‘fondo di bottiglia’ che rimanda i bagliori illusori dell’apparenza e insieme offre un approdo, dolce e inebriante, all’umanità alla deriva.

Recidendo i legami con un preciso contesto ambientale, l’adattamento punta ad essenzializzare la vicenda e il linguaggio, componendoli in una trama intimistica di impronta europea, e mirando dritto all’interiorità dei personaggi. La vetrata che descrive il perimetro dell’azione scenica lascia appena trasparire un esterno più simbolico che reale: lo spazio indefinito che Stanley e i suoi amici dominano, l’altrove che Blanche teme e nel quale metaforicamente prima si perde poi scompare.

Un tram che si chiama Desiderio (A Streetcar named Desire) andò in scena al termine di una lunga elaborazione. Tennessee Williams aveva cominciato a lavorarvi nel 1944, prendendo spunto dalla triste vicenda della sorella Rose, ma soltanto nei primi mesi del ’47 propose il dramma ad Elia Kazan, che ne curò un applauditissimo allestimento teatrale a Broadway con Jessica Tandy, Marlon Brando, Kim Hunter e Karl Malden; poi, nel 1951, una ancor più fortunata versione cinematografica (con Vivien Leigh al posto della Tandy), vincitrice di quattro Oscar. Memorabile la prima italiana del Tram, il 21 gennaio del 1949 al Teatro Eliseo di Roma, alla presenza dell’autore, per la regia di Luchino Visconti e la scenografia di Zeffirelli, in cui Rina Morelli, strepitosa interprete di Blanche, fu affiancata da Vittorio Gassman, Vivi Gioi e Marcello Mastroianni. (M. A.)

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Premi & Riconoscimenti

  • 20° Festival Internazionale “Castello di Gorizia 2010” dove ha vinto i Premi assegnati:
    1) Migliore Attrice Protagonista (Flavia Palumbo),
    2) il Premio Speciale Terzo Teatro,
    3) il terzo posto assoluto nel Giudizio della Giuria e il secondo in quello del Pubblico.

  • 42° Festival Macerata Teatro 2010 dove ha vinto:
    1) Il Premio del Pubblico. Nomination per l’attrice protagonista (Flavia Palumbo e Marianna Esposito)

  • 30° Sipario d’Oro 2011 di Rovereto dove ha vinto:
    1) Premio assegnato alla Migliore Attrice Protagonista (Flavia Palumbo e Marianna Esposito) e
    2) Premio per il Migliore Attore Protagonista (Ernesto Fava).
    Nomination per la regia (Marcello Andria) e per il Migliore Spettacolo.

  • 3° Festival Nazionale di Teatro “Di Scena a Fasano” 2011 dove ha vinto:
    1) Il Festival,
    2) Il gradimento del pubblico
    3) La migliore attrice Protagonista (Flavia Palumbo) e
    4) La regia (Marcello Andria).

IL VIDEO di Maurizio Picariello

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

Recensioni

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Stagione Teatrale 2012/2013

IL PROGRAMMA

ORARIO DI INIZIO DEGLI SPETTACOLI (VENERDI – SABATO): 20:30
ORARIO DI INIZIO DEGLI SPETTACOLI (DOMENICA):
18:30
CONTRIBUTO PER SINGOLO SPETTACOLO: €15.00
CONTRIBUTO UNICO PER 8 SPETTACOLI: €80.00

____27-28 Ottobre 2012

COMPAGNIA DELL’ECLISSI presenta

UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO di T. Williams

Regia di Marcello Andria
Con L. Cioffi, L. Di Napoli, M. Esposito, E. Fava, G. Gentile, A. Iannone, F. Palumbo

____10-11 Novembre 2012

CATTIVI DI CUORE & TEATRO DEL BANCHERO presentano

FROM MEDEA (Maternity Blues) di Grazia Versani

Regia di Gino Brusco
Con Maura Amalberti, Chiara Giribaldi, Giorgia Brusco e Federica Spanò

____14-15-16 Dicembre 2012

CO.C.I.S. / TEATRO 99 POSTI presentano

STORIE DI TERRA, DI SUONI E DI RUMORI di Paolo Capozzo

Regia di Gianni Di Nardo
Con Maurizio Picariello e Paolo Capozzo

____12-13 Gennaio 2013 ___FUORI ABBONAMENTO

CO.C.I.S. / TEATRO 99 POSTI presentano

DIARIO DI VIAGGI di Gianni Di Nardo

Regia di Gianni Di Nardo
Con Gianni Di Nardo e Francesco Di Nardo

____19-20 Gennaio 2013

ARETÉ ENSEMBLE presenta

MEDEA di Euripide

Diretto da Annika Strøhm e Saba Salvemini

____02-03 Febbraio 2013

TEATRO DI LEGNO presenta

LA PAROLA “MADRE” di L. Imperato e S. Pirone

Regia di L. Imperato e S. Pirone
Con F. Canonico, D. Santo, S. Veneruso

____23-24 Febbraio 2013

OFFICINA DINAMO presenta

PORTA CHIUSA di J. P. Sartre

Regia di Roberto Negri
Con Roberto Negri, Lavinia Biagi, Paola Tarantino, Miguel Ceriani

____08-09-10 Marzo 2013

Co.C.I.S. / TEATRO 99 POSTI presenta

LA GERUSALATA LIBEREMME liberamente tratto da “Brancaleone alle crociate” di Mario Monicelli

Regia di Gianni Di Nardo
Adattamento teatrale di Elda Martino
Con Gaetano Battista, Fedele Canonico, Paolo Capozzo, Cliff Imperato, Maria Filomena Martignetti, Giovanna Nazzaro, Maurizio Picariello, Vito Scalia, Elena Spiniello, Massimo Vietri

___16-17 Marzo 2013___FUORI ABBONAMENTO IL TE DELLE 4 presentaART di Yasmina Reza Regia di Zio Albert Con Sonia Guerriero, Chiara Mazza, Maria Vittoria Pellecchia

____22-23 Marzo 2013

COMPAGNIA DELL’ECLISSI presenta

IL PIACERE DELL’ONESTÀ di Luigi Pirandello

Regia di Marcello Andria
Con R. Apicella, A. M. Fusco Girard, G. Gentile, R. Lombardi, G. Sonetti, E. Tota

____06-07 Aprile 2013 ___A FUROR DI POPOLO – REPLICA

CO.C.I.S. / TEATRO 99 POSTI presentano

DIARIO DI VIAGGI di Gianni Di Nardo

Regia di Gianni Di Nardo
Con Gianni Di Nardo e Francesco Di Nardo

___19-20-21 Aprile 2013___UNA PRIMA ASSOLUTA

CO.C.I.S. / T. P. I. presentano

GIULIETTA È BIONDA di Federico Frasca

Regia di Federico Frasca

____27-28 Aprile 2013__UN GRADITO RITONO

IL TE DELLE 4 presenta

MANOLA di Margaret Mazzantini

Regia di “Il Tè delle 4”
Con Chiara Mazza e Maria Vittoria Pellecchia

____04-05 Maggio 2013

CO.C.I.S. / TEATRO 99 POSTI presenta

1980, CRONACA TRAGICOMICA DI UN ANNO di Paolo Capozzo

Regia di Gianni Di Nardo
Con Paolo Capozzo

Si ricorda che per poter accedere agli spettacoli è necessario associarsi al Teatro 99 Posti.

Terra di Transito

Cast

  • Tratto da vari autori
  • Regia: Federico Frasca e Gianni Di Nardo
  • Scenografia: Gianni Di Nardo
  • Costumi: Dina Del Regno
  • Musiche: Pietro Turco
  • Produzione: C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Maria, Giorgio e Paolo: Paolo Capozzo

Sinossi

Liberamente tratto dai testi di Gaber e Ruccello

Terra di transito o terra di nessuno:

  • un porto franco di una umanità tragica (primo personaggio), grottesca (secondo personaggio), comica (terzo personaggio);
  • oppure terra di transito è l’Uomo potenziale in balìa del destino. L’uomo, la cui esistenza è inevitabilmente modellata dall’habitat che lo circonda e che la casualità ha scelto per lui;
  • o semplicemente terra di transito è l’attore che, attraverso la faticosa interpretazione di tre personaggi nella stessa serata, offre al pubblico la sua abilità d’identificazione, la sua ambiguità di uomo e la sua energia dissipata per dare linfa vitale alle tre creature.

Ma chi sono?

Un filo di Arianna le unisce con tracce percettibili:

tutti e tre i personaggi hanno a che fare, direttamente o indirettamente con un’altra terra di transito, la stazione ferroviaria, un coacervo di umanità stanziale e di passaggio;

un nome, che per eccellenza ha identificato l’universo femminile degli ultimi 2000 anni: sante e/o prostitute, normalità e/o follia. Quel nome è Maria.

I PERSONAGGI

Maria

Maria è sgradevole; una umanità desolata; brutta sporca e cattiva. Di quelle che spesso fai finta di non vedere alla stazione ferroviaria;  che ti da fastidio che dormano sotto casa perché infiammano i tuoi sensi di colpa (e non lo dici perché ti vergogni);  che alimenta la tua impotenza frustrante perché non sai che cosa fare;  di quelle che ti fanno fare la buona azione mattutina perché gli hai dato la 500 lire; di quelle che non gli dai i soldi perché hai letto che a una di queste gli hanno trovato i milioni sotto la mattonella con lei morta sopra. Un personaggio di quelli che non hanno storia perché a sentirli parlare dicono cose senza senso e che se li ascolti è perché non sei visto; uno di quelli che se te lo facessero adottare a distanza forse sarebbe meglio. E se Maria fosse Godot?

Giorgio

Maria è appena partita,  è andata via in treno. Lo ha abbandonato e lui si dispera, o almeno così sembra. Giorgio ha anche delle convinzioni a proposito e non le nasconde. Lui chiaramente è la vittima e per questo si  ubriaca, e lo fa davanti agli specchi così convince anche se stesso. Giorgio, in fin dei conti quando sta così, in fondo in fondo, si diverte e diverte gli altri. È un tragicomico istintivo, di quelli che farebbe anche piacere conoscere, parlarci, semmai passarci una serata. Ma a viverci insieme è tutt’altra storia. A Giorgio quel dolorino gli fa male, almeno per un po’. Comunque il suo amore per Maria è fuori discussione. E viene fuori quando fa all’amore. Dopo un po’ meno.

Paolo

È un pendolare Paolo. Sempre la stessa strada. Legge il giornale, così sa tutto degli altri. E osserva. E questo gli riempie la vita. Basta poco a Paolo per emozionarsi, perché certe cose capitano così raramente che anche uno sguardo può essere già amore per uno che non riesce a divincolarsi dal ripetersi quotidiano.

La brunetta, che di lì a poco scoprirà chiamarsi Maria, lo fissa con insistenza nella carrozza del treno dei pendolari, gli sorride, e lui si esalta, la seduce (?) e se la porta a casa.

Sembra fatta:  Paolo ha finalmente preso la vita per le corna. Lui che non devia mai  percorso per essere sempre preparato a tutto, si vede improvvisamente protagonista di un film d’amore e di passione. Peccato però che stavolta il finale non sia a lieto fine.

Galleria Fotografica

Premi & Riconoscimenti

– Festival Nazionale “Teatro XS” di Salerno (I Edizione)

IL TRAILER

Recensioni

“L’interprete dello spettacolo “Terra di transito” merita il premio come migliore attore per aver mostrato, oltre a una buona tecnica dell’uso della voce e del corpo, una duttilità mimetica capace di dar efficace espressività ai vari e diversi personaggi rappresentati. Va detto ancora che Paolo Capozzo riesce, sulla scia della tradizione attorica di area napoletana, a trovare un giusto equilibrio tra istrionica esteriorità e una carnalità più prosciugata ed essenziale”.

Festival Nazionale “Teatro XS” di Salerno (I Edizione), motivazioni della giuria per il premio come “Miglior Attore” a Paolo Capozzo per lo spettacolo Terra di Transito – regia d Federico Frasca e Gianni Di Nardo

Tunnel

Cast

  • Autore: Franco Festa
  • Scenografia: Antonio Ippolito
  • Tecnico Luci: Gianni Di Nardo
  • Costumi: Caterina Vitale
  • Produzione: C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Ersilia Caso
  • Roberta Gesué
  • Maria Irpino
  • Fiorella Zullo

Sinossi

“Tunnel” è un dramma al femminile in cui emerge tutto il bisogno di amore dell’essere umano, anche in un mondo ostile, ipocrita e senza speranza: il nostro.
Ci troviamo, appunto, in fondo ad un tunnel, proprio il sottopassaggio scavato nel ventre della nostra città: una grotta artificiale, una cavità senza sbocco. Il tunnel per Avellino è un emblema, simbolo dello spreco e del non finito. Al suo interno vi sono tre prigioniere, ognuna con il proprio mondo e il proprio dolore, che scelgono di fuggire per rinchiudersi in un luogo sicuro, sebbene oscuro. C’è una professoressa di lettere che continua a correggere compiti, una giovane reduce da una delusione d’amore che l’ha esasperata e una donna che fugge da un marito violento e insensibile.  Non si comprendono immediatamente i motivi per cui le donne si trovino nel tunnel, ma le ragioni pian piano si palesano: fuori ci sono solo individui sempre più distanti che abitano una città vile e arida, priva di identità e di umanità. E il presente è solo l’anticamera di un più tetro futuro. Il flebile segnale di una radiolina fa riecheggiare, in fondo alla caverna inospitale in cui non si distingue il giorno dalla notte, notizie dalla superficie. Poi arriva una nuova presenza, sempre femminile, una giovane giornalista precaria in cerca di scoop, che costituisce un motivo di squilibrio e che mette le altre davanti alla dura realtà della loro solitudine e dell’indifferenza che hanno lasciato fuori, nel mondo esterno che è sempre più distante. Un punto di non ritorno che capovolge la situazione: sono gli altri, coloro che dimenticano e che non sanno più amare, a trovarsi in un tunnel senza uscita, intrappolati in un deserto di emozioni. E nasce una domanda spontanea: cosa accadrebbe se sparissimo?
Tunnel è un testo fortemente politico. Le tragedie individuali dei personaggi sono drammi collettivi che la città finge di non vedere, per pigrizia e per aridità. Nell’opera vengono rievocati anche fantasmi dell’Isochimica, della terra dei fuochi, della piaga dei suicidi e tanto altro; purtroppo è in questi dettagli che riconosciamo la nostra terra: fonte d’amore e di dannazione.
E in quelle note di chitarra, nella canzone che le donne cantano in coro, (Un giorno dopo l’altro – Luigi Tenco) c’è la nostalgia di una città che non esiste più…

Galleria Fotografica

LO SPETTACOLO - parte 1

LO SPETTACOLO - parte 2

IL PROMO di Antonella Russoniello

L'INTERVISTA - Irpinia TV (ITV)

L'INTERVISTA - Orticalab

Recensioni

Fila 1 Posto 5

15 pillole divulgative per parlare della magia del palcoscenico, della fatica dietro le quinte, dei “nostri” Teatri e del loro lavoro per il territorio, dei laboratori e dei talenti dei nostri allievi.
Buona visione!

 

Una produzione del CONSORZIO TEATRO IRPINO (Teatro 99 Posti e Teatro d’Europa)
Con Angela Caterina, Paolo Capozzo e Luigi Frasca
Regia: Giuseppe Falagario