Focus on – Polvere

Focus On

Cast

  • Coreografia: Sonia Di Gennaro
  • Performing Arts Group – Compagnia Giovani Movimento Danza
  • Produzione: Movimento Danza, MiC, Regione Campania 

Interpreti

  • Roberta Ascione
  • Maria Giovanna Cimmino
  • Martina Galardo
  • Francesca Gifuni

Sinossi

Focus on è un work in progress in cui Sonia Di Gennaro esplora, con il Performing Art Group, le possibili relazioni che fanno parte della nostra quotidianità: incontrarsi, come ignorarsi o perdersi, fino a ritrovarsi. Un primo studio in cui lo sguardo del danzatore si incrocia con gli altri corpi creando figure, costruendo immagini, proiettando ombre, che si allungano, ondeggiano, fluttuano in un mondo dai confini incerti e mutevoli.

A seguire

Polvere

Cast

  • Coreografia: Gabriella Stazio
  • Sound Design: Francesco Giangrande
  • Luci: Alessandro Messina
  • Musiche: Yann Tiersen, Morgan, F.Buscaglione, Jimmy Fontana, Massimo Ranieri, Patty Pravo, Rino Gaetano

Interpreti

  • Sonia Di Gennaro

Sinossi

L’incoerenza, la mancata coesione delle particelle di un corpo, di una sostanza, può avere i suoi lati positivi. Come il potersi insinuare ovunque, di volare almeno per un po’ e poi di depositarsi, penetrare nuovamente in altri luoghi o nello stesso posto, di essere quasi invisibile, almeno all’inizio. Pensi di averla mandata via (l’incoerenza), ma non è così. Ritorna.

Un corpo coerente non può comportarsi allo steso modo, perché le particelle si aggregano, si consolidano, diventano materia e sei fregato.

Devi iniziare a pensare al peso, alla dinamica, alla forza, alla qualità, insomma un sacco di cose.

E oggi ti chiedi: ne vale la pena?

Anche l’incoerenza di pensiero è una bella qualità.

Puoi fare un po’ quello che ti pare, negando quello che hai appena affermato, senza una logica, senza una etica, senza un preciso perché. Infatti il pensiero incoerente mi sembra stia avendo un bel successo ultimamente.

Nel caso in cui le particelle di incoerenza sono minutissime come la polvere, e non la vedi quasi (eppure c’è), ti chiedi addirittura se sia il caso di spolverare, tanto non si vede, tanto poi si riforma.

Tanto non ne vale la pena.

Ognuno di noi avrà avuto un minutissimo momento di polvere di incoerenza nella vita. Ognuno di noi dovrebbe conservare (nella polvere) un pensiero incoerente, come un ancora di salvezza.

Questo è il mio.

 

Polvere: minutissime particelle incoerenti

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Adda passà

Cast

  • Autore e Regia: Alfonso Grassi
  • Produzione: ArTeatro

Interpreti

  • Emilia Bruno
  • Francesca Del Vacchio
  • Alfonso Grassi
  • Arturo Lissa
  • Michele Maffei
  • Lorena Nicodemo
  • Regina Presutto
  • Enrico Santoro
  • Renato Siniscalchi

Sinossi

Il titolo dello spettacolo ‘Adda passà, rievoca la celebre frase pronunciata da Gennaro Jovine nel terzo atto di Napoli Milionaria, Adda’ passà ‘a nuttata e nasce da una riflessione sul presente, sull’attesa di un ritorno alla nostra quotidianità interrotta dall’emergenza sanitaria. La notte deve passare per tutti noi, reduci da una guerra contro un nemico invisibile che inevitabilmente ci ha trasformato. Come la Napoli di Eduardo, anche la nostra società si manifesta a tratti rassegnata, rapace, fatta di spalle voltate e porte chiuse, di lotta alla sopravvivenza. La pandemia, come la guerra, non può spegnere l’entusiasmo nei cuori della gente, la spontanea solidarietà e la semplicità di cogliere la meraviglia attorno a sé. C’è ancora uno spiraglio di generosità e spirito collaborativo: ne è portavoce Gennaro, ma l’emblema è il ragioniere Spasiano che dona la medicina gratuitamente a Donn’Amalia per salvare la figlia, (si potrebbe fare lo stesso con il brevetto dei vaccini covid19). ‘Adda passà si arricchisce di un significato purificatore dell’animo , diventa la filosofia di un popolo, la massima a cui affidarsi nei momenti di crisi.

Il primo tempo, “La chiave di casa” è una pièce teatrale di Carlo Mauro del 1931.

Mentre fa ritorno a casa, Don Simone incontra l’amico Ciccillo che gli chiede un favore: intrattenere il marito di una signora con la quale ha una tresca amorosa, finché non si troverà la chiave di casa della donna. Dopo che Simone ha accettato controvoglia l’incarico, Ciccillo gli indica il marito dell’amante seduto in una pizzeria. È l’inizio di una serie di vicissitudini ed equivoci esilaranti. Un testo basato sull’amicizia … o forse sull’illusione di “essere amici”.

Il secondo tempo, invece, è tratto dal primo atto di Napoli milionaria di Eduardo De Filippo del 1945.

In un tipico basso napoletano, in piena guerra, vivono Gennaro e Amalia Jovine, con i figli Amedeo e Maria Rosaria. Nonostante Gennaro non approvi, Amalia pratica la borsa nera in società con Errico “Settebellizze” e tra i suoi clienti spicca il ragioniere Spasiano, venuto per comprare alimenti per la sua famiglia al prezzo di svendere le poche proprietà che ancora gli rimangono. Nel finale è messo in scena il funerale di Gennaro, che servirà da intralcio alla retata del brigadiere Ciappa, mentre un nuovo bombardamento colpisce Napoli…

Alfonso Grassi

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Querida Gala

Cast

  • Concept, coreografie e regia: Antonello Apicella
  • Musiche originali: Max Maffa
  • Interventi pittorici: Michele Paolillo
  • Disegno luci: Virna Prescenzo
  • Produzione: Campania Danza

Interpreti

  • Olimpia Milione

Sinossi

“Querida Gala” (QG) è un progetto coreografico che si propone di riportare in scena alcuni aspetti della vita di Elena Diákonova, passata alla storia con il semplice nome di Gala.

Lei, donna senza passato, donna in maschera dal personaggio ben inventato, affascinante paradosso, diventato veicolo di una narrativa che tiene a galla il gusto per le storie mai chiuse.

Gala era una donna seduttrice ma scivolosa che rimase ai margini del suo talento per situarsi in secondo piano rispetto all’attenzione artistica e culturale del suo tempo.

Eppure la personalità che appare nelle opere che l’hanno immortalata è ben distinta.

Ispiratrice di diversi poeti surrealisti del primo novecento parigino, fu sposa di Salvador Dalí che la convertì nella sua musa ritraendola spesso nelle sue tele e definendola l’unico personaggio mitologico vivente del tempo.

La donna in generale, la cui femminilità è stata affrontata in vari modi, è da sempre stata oggetto e soggetto d’arte. Con questo progetto però, ci proponiamo di metterla al centro dell’attenzione delle sue scelte senza voler aprire un dibattito sull’eguaglianza ma mostrandone la possibilità di realizzazione personale, seppure non in qualità di protagonista; aprire un dialogo che mostri la presenza delle opportunità che ogni donna ha nella scelta del ruolo da svolgere accanto al proprio compagno. 

Motivo e punti di forza di questo dialogo sono gli scritti che mostrano come la donna  Gala, amata e venerata, abbia scelto di lasciarsi influenzare più dal suo passato che dalla forte personalità artistica dei suoi amori e di rimanere protagonista nella vita privata piuttosto che sulla scena.

Il nostro obiettivo è raccontare storie che possano risvegliare o rispecchiare le emozioni e i sentimenti del pubblico, lasciando un messaggio chiaro e diretto allo spettatore.

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Fotografie: Francesco Carbone e Alessandra Rosa

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Collective Trip 7.0

Cast

  • Concept, Regia e Coreografia: Claudio Malangone e Nicoletta Cabassi
  • Musica eseguita dal vivo al pianoforte: Gabriele De Feo
    (7° Sinfonia di Beethoven nella trascrizione di Franz Liszt)
  • Video: Checco Petrone
  • Costumi: Nicoletta Cabassi
  • Produzione: Borderline Danza

Interpreti

  • Luigi Aruta
  • Adriana Cristiano
  • Antonio Formisano
  • Giada Ruoppo

Sinossi

Collective Trip 7.0 è il momento conclusivo di un “atto di pensiero” che coinvolge in questo 1°studio i due coreografi Nicoletta Cabassi e Claudio Malangone. Tema portante è la settima sinfonia di Beethoven.

Sapersi conoscere e osservare, aprirsi al dialogo e al confronto allo scopo di recuperare una dialettica comunitaria, di reinventarsi e di riscoprirsi all’interno di una fluidità organizzativa e creativa, in cui le strategie di ciascuno diventano supporto alla ricerca artistica. Il punto di partenza è l’idea di un tragitto e quelle trasformazioni che un ambiente e un corpo subiscono durante un percorso, catturando le metamorfosi e le contraddizioni a esso insite.

Un viaggio che trae ispirazione tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, per condurre in un luogo intimo e caloroso, dove si apre lo spazio per costruire la drammaturgia, identificandone l’essenza non nel contrasto tra i quattro personaggi ma nel confronto tra scena e pubblico.

SINOSSI

Collective Trip 7.0 è così organizzato:

  • “HOP.E in La Maggiore” di Nicoletta Cabassi, 1° e 4° movimento.

L’ascolto della “Settima Sinfonia” di Beethoven infonde un diffuso entusiasmo vitale ma possiede anche tra le note un vago sapore malinconico e avvicinarsi a Beethoven incute sempre un doveroso timore. La domanda principale e perno tematico per la creazione è stato “come ci si sente prima della felicità?”. Allora assieme ai danzatori abbiamo lavorato in sinergia per trovare questo stato d’animo comune, attraverso i loro suggerimenti e attraverso fonti visive tramutate in azioni.

  • “DIE HAPPY” di Claudio Malangone, 2° e 3° movimento.

In un continuo contrasto tra luce e ombra, tensione e riposo, in una sorta di coazione a ripetere, segni evanescenti e leggeri diventano segnali della continua ricerca di un equilibrio tra pulsione e ragione per affrontare il senso dell’esistenza a partire dalla sua transitorietà, passando per l’accettazione di un corpo che dona sofferenza, ma anche di un corpo che è libero di scegliere le proprie passioni. Ed è in esso che la vita si condensa, frammentata e detonata, per poi esplodervi all’interno.

 

Si informa che lo spettacolo contiene scene di nudo, sia maschili che femminili

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Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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DIVINE – Pièce di versi in danza

Cast

  • Coreografie: Roberta De Rosa
  • Drammaturgia e Regia: Michele Casella
  • Direzione artistica: Annamaria Di Maio
  • Produzione: ARB Dance Company

Interpreti

  • Roberta De Rosa
  • Martina Fasano
  • Nello Giglio
  • Katia Marocco
  • Nicola Picardi

Sinossi

Donna, sei tanto grande e tanto vali,
che chi vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar senz’ali.
(Dante Alighieri, Paradiso XXXIII, vv. 11.15)

 

I versi del canto XXXIII del Paradiso sono rivolti alla Vergine, ma in quel “donna” possiamo scorgere tutte le figure femminili che, nella Commedia, il sommo poeta ha esaltato. Più volte nella sua produzione poetica, Dante ci ha invitati a conoscere le “ali” delle donne, angeli in grado di elevare l’uomo a Dio, attraverso anche una semplice apparizione. Ma nella Commedia non ci sono soltanto quelle donne alate, ci sono anche donne alle quali quelle ali sono state spezzate. Francesca nell’Inferno, Pia nel Purgatorio, Piccarda, nel Paradiso, sono tre donne dietro le quali si nascondono storie quasi sicuramente vere e alle quali Dante si ispira. Dietro l’omicidio, l’amore negato, la necessità di piegare il volere di una donna al proprio volere, ci sono quelle ali spezzate che Dante ci racconta, evidenziando la condizione femminile ai suoi tempi e, purtroppo, ancora attuali.  Non si tratta solo di Beatrice, dunque. Lo stesso viaggio di “conoscenza” e di “rinascita” e di “salvezza” di Dante è voluto da tre donne benedette: la vergine Maria, Santa Lucia e Beatrice.

D’altra parte il sommo poeta scelse di scrivere quest’opera proprio per dire di una donna, Beatrice, ciò che nessuno aveva mai detto di alcuna.

 

La Divina Commedia non è solo il viaggio di Dante, ma il viaggio di ognuno di noi: Dante si fa paradigma dell’umanità e guida tutti noi in un percorso verso l’amore, fatto di esperienze terribili e visioni meravigliose. È per questo che, in questa pièce di versi e danza, la figura di Dante non è presente, perché semplicemente è il pubblico che, coronato d’alloro, farà il proprio viaggio. Ad accoglierlo ci saranno solo ed esclusivamente le voci femminili.  Incontreremo Francesca, uccisa dal marito perché amava un altro uomo; Pia, morta per mano del suo amore; Piccarda, sottratta alla scelta monacale per assecondare esigenze politiche familiari. Ma ci saranno anche Matelda, pronta a farci ricordare il bene e dimenticare il male, e Beatrice che, pur essendo angelicata, non rinuncia ad accogliere Dante con i giusti rimproveri.

Un viaggio al femminile che, attraverso uno studio approfondito dei versi, recitati e declinati in danza, dei costumi attraverso l’esame di opera artistiche, attualizzazioni, farà riflettere sulla condizione femminile e sulla discriminazione e parità di genere, uno degli obiettivi significativi dell’Agenda 2030.

 Il titolo “Divine” si riferisce non solo all’aggettivo che accompagna l’opera a partire da un’edizione del 1555, per definirne il valore artistico e la sacralità, ma vuole richiamare anche alla “divinità” presente in ogni donna.  

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La signora e il funzionario

Cast

  • Autore: Aldo Nicolaj
  • Regia: Marcello Andria
  • Direzione di scena e costumi: Angela Guerra
  • Allestimento scenico e Produzione: Compagnia dell’Eclissi

Interpreti

  • Marika De Vita
  • Enzo Tota

Sinossi

Commedia di costume dalle inflessioni umoristiche ma dal retrogusto acido e corrosivo, La signora e il funzionario fu scritta da Aldo Nicolaj (1920-2004) alla fine degli anni ’70, quando l’opinione pubblica italiana era profondamente scossa da disordini di piazza, lotta armata, strategia della tensione.

Se ne percepisce l’eco, sia pure smorzata da una scrittura ironica e briosa, nel serrato e quasi asfissiante dialogo fra un funzionario – espressione tipica e grottesca delle meschinità e delle cattive abitudini radicate nella burocrazia ministeriale – e una di quelle terribili signore borghesi che popolano il teatro del prolifico commediografo piemontese, all’apparenza frivole e svitate, in realtà dotate di una sottile, personalissima razionalità.

L’impatto fra i due personaggi produce un effetto bizzarro, che si spinge fin quasi ai confini del teatro dell’assurdo; un gioco un po’ perverso fra un gatto e un topo, in cui il primo, cedendo alla tentazione di un crudele ma divertente passatempo, tormenta e mette più volte alle corde la sua vittima; l’altro, intimidito e irrazionalmente spaventato, prova a minacciare, poi ad assecondare e blandire, il suo casuale aguzzino, nel quale vede materializzarsi tutte le sue paure, le sue debolezze, i suoi rancori, le sue frustrazioni. Sotto pressione e come in un incubo, arriva ad affermare di tutto e il contrario di tutto, mettendo a nudo in modo incongruo e inconsapevole i propri pensieri più reconditi. E «un uomo, di veramente suo, non ha che i pensieri…».

Sfrondato dei riferimenti più strettamente legati alla congiuntura socio-politico d’origine e trasportato in un luogo e in un tempo meno definiti e vagamente più attuali, lo spettacolo punta, sì, sulla critica pungente dei vizi nascosti e delle piccole virtù della middle class, bersaglio privilegiato della satira dell’autore. Con ghigno sardonico e moderata indulgenza, Nicolaj mette sotto osservazione, con lo sguardo lungo del pessimista di fondo, gli immarcescibili costumi nazionali. Ma l’omaggio che la Compagnia dell’Eclissi rende al drammaturgo di Fossano per l’imminente centenario della nascita vuol essere soprattutto la rappresentazione di un gioco teatrale che si avvale di una scrittura fluida e arguta oltre che di una solida costruzione drammaturgica.

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Operette Morali

Cast

  • Autore: Giacomo Leopardi
  • Drammaturgia e Regia: Mirko Di Martino
  • Aiuto Regia: Angela Rosa D’Auria
  • Scenografia: Giorgio Lauro
  • Assistente alla Regia: Marina Cavaliere
  • Produzione: Il Demiurgo e Teatro dell’Osso in collaborazione con Teatro TRAM e Classico Contemporaneo

Interpreti

  • Antonio D’Avino
  • Nello Provenzano

Sinossi

SINOSSI

Lo spettacolo porta in scena le “Operette morali” di Giacomo Leopardi, il suo capolavoro letterario, una delle vette più alte della letteratura universale. Il testo originale si compone di 24 prose, soprattutto dialoghi. Ne abbiamo scelte dieci.

E’ stata una selezione difficile, inevitabilmente parziale, ma condotta sulla base dei temi principali: il desiderio di felicità, il dolore, la morte, il rapporto dell’uomo con gli altri uomini e con l’universo. In scena due soli attori interpretano tutti i personaggi, due figure di uomini arrivati alla fine del tempo, quando tutto è consumato, quando le illusioni sono sparite e non resta più spazio per l’azione, ma solo per la rappresentazione.

Le Operette Morali rappresentate:

  1. La scommessa di Prometeo
  2. Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo
  3. Dialogo di Malambruno e di Farfarello
  4. Dialogo di un fisico e di un metafisico
  5. Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie
  6. Dialogo della Natura e di un Islandese
  7. Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez
  8. Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere
  9. Dialogo di Tristano e di un amico
  10. Cantico del gallo silvestre

 

Note di regia

Leopardi non aveva certo in mente il teatro quando, nel 1824, dava alle stampe le “Operette morali”: pensava alle satire greche di Luciano, ai romanzi moderni e filosofici di Sterne e Voltaire.

Eppure, non c’è dubbio che l’efficacia performativa dei suoi dialoghi è evidente, soprattutto là dove il contenuto argomentativo incontra il gusto amaro dell’ironia. Quella stessa ironia che, ancora oggi, appare così stridente in confronto all’armonia delle sue poesie. Quella stessa ironia che, ancora oggi, rende attualissimo il testo di Leopardi per come è scritto, prima ancora che per cosa è scritto: il gusto per la citazione e la parodia, la presa in giro delle manie e delle fissazioni, il contenuto filosofico nascosto nelle banalità quotidiane, la mescolanza di stile elevato e popolare, il piacere della battuta e del gioco di parole. A guardarle una dietro l’altra, queste operette, sembra di assistere a una serie antologica distopica, un Black Mirror dell’Ottocento: in quale altro testo potremmo trovare un folletto e uno gnomo che discutono della scomparsa del genere umano, un mago che evoca un demone, morti imbalsamati che risorgono, uno scienziato che ha scoperto il segreto della vita eterna, la natura che ha preso le forme di una enorme donna distesa sul fianco di una montagna?

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Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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Moby Dick – Il Rito

Cast

  • Tratto dal Moby Dick di H. Melville
  • Riduzione e Adattamento: Roberto Negri
  • Regia, Impianto Scenico e Disegno Luci: Federico Vigorito
  • Attrezzeria e Costumi: Rossella Ramunni
  • Assistente alla Regia: Carolina Vecchia
  • Realizzazione scene: Area 5 Lab
  • Organizzazione: Flavia Ferranti
  • Direzione artistica: Dino Signorile

Interpreti

  • Roberto Negri

Sinossi

LO SPETTACOLO

La scelta di un grande classico nasce dalle emozioni che generano le parole al di là del tempo, ampliando il concetto stesso di ” contemporaneo”.

L’autore ha proposto una formula letteraria di ricerca e sperimentazione, esplorando nella sua opera praticamente tutti i generi del suo secolo.

Nel rispetto di questa scelta e nell’intento di riproporne i canoni espressivi, il nostro lavoro

spazia dal teatro di narrazione alla commedia, dal teatro di figura alla pantomima e ancora oltre, verso le radici arcaiche del rito teatrale. Segni semplici, per un coinvolgimento profondo e diretto dello spettatore, naturalmente partecipe di temi universali.

Così il testo rivela pienamente il suo potere evocativo, nel rispetto cronologico della narrazione, verso la catarsi finale che, come nella vita, è conosciuta ma sempre sorprendente.

 

NOTE DI REGIA

La rappresentazione teatrale come rito primitivo, capitale, imprescindibile. Concepire uno spettacolo per ribadire la necessità di incontrarsi e in qualche modo comunicare. Abbiamo scelto un capolavoro della letteratura americana; avremmo potuto farlo con un la terza pagina di un quotidiano locale. L’importante adesso (più che mai) è concentrarsi sul tragitto invisibile che la notizia teatrale compie dal palcoscenico alla platea; in che modo nasce? che forma assume? quanto dura? in cosa si trasforma quando si estingue?

L’incontro “filosofico” con Roberto (artefice dell’adattamento) prima di tutto, ha prodotto queste temibili riflessioni.

Poi è arrivato Melville, arrivano i personaggi, arrivano le risposte e insieme inizia ad emergere una forza che sembra sete; una sete inguaribile di eternità. Inizia ad emergere Moby Dick, capace di farsi raccontare di nuovo come un vecchio aneddoto mai abbastanza svelato.

In scena poco o niente. Una pedana di legno che deve sembrare ogni cosa e che invece serve solo a mettere al centro dell’attenzione chi conduce il gioco e pochi altri elementi, un po’ di attrezzeria: strumenti utili al racconto che l’Interprete non smettendo mai i panni di sé stesso, offre agli spettatori nell’intimità sacrale che solo un rito riesce a creare.

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Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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LUXANIMAE – Tra Cielo e Terra

Cast

  • Regia: Francesco Rivieccio
  • Autori: Marina Bruno, Ondanueve String Quartet e Michele Maione

Interpreti

  • Marina Bruno
  • Ondanueve String Quartet
  • Michele Maione

Sinossi

Sonorità acustiche, elettronica, vocalità spiegata, influssi ritmici popolari, testi sacri, profani, atmosfere meditative, incursioni nella musica etnica e nel barocco, fino al pop contemporaneo. Musiche che provengono da mondi, stili, epoche, culture lontanissime.

Non mancano davvero i fattori artistici alla genesi di questo percorso musicale, frutto di un incontro a lungo cercato da tutti i protagonisti, che negli anni hanno già avuto occasione di collaborare e di conoscersi. Parliamo di Marina Bruno, protagonista de “La gatta Cenerentola” di Roberto De Simone, dalla eclettica personalità vocale e solidissima carriera, del quartetto d’archi Ondanueve String Quartet, formazione di grande esperienza e dalle illustri collaborazioni (Ferzan Özpetek e Paolo Sorrentino, per citarne un paio), e di Michele Maione, percussionista evoluto, aperto all’elettronica ed alla contaminazione, ormai una certezza nel panorama musicale italiano. Francesco Rivieccio, che cura la drammaturgia e la messa in scena del progetto, è un giovane attore ed autore teatrale che spazia dal teatro di tradizione alle nuove tendenze.

“LuxAnimae” vede la luce nel momento forse più difficile degli ultimi decenni per molta parte dell’umanità, ed è figlio di dubbi, riflessioni, incertezze, aspirazioni, volte a creare una linea di comunicazione con qualcosa di “superiore”, una sorta di entità che possa illuminare gli animi indicando la strada per il ritorno alla serenità individuale e globale.

Il primo segno tangibile è stato una ipnotica versione del “Magnificat” di Marco Frisina, del quale è stato girato un videoclip nella straordinaria ambientazione del Cimitero delle Fontanelle, a Napoli, grazie alla gentile disponibilità dell’Assessorato alla Cultura ed al Turismo del Comune di Napoli.

Per fornire un trait d’union ai vari brani, tra sacro e profano, il regista Rivieccio ha individuato due elementi principali, che possiedono in nuce questa unione: la Sibilla ed il frutto del melograno. La sibilla, non quella Cumana o di qualche altra località, ma semplicemente una sibilla, una zingara con potere divinatorio, è la protagonista dei racconti. Associata al bene, poichè per sibilla s’intende una vergine ispirata da Dio e quindi al sacro; ciononostante, essa possiede anche un aspetto profano perchè dotata di virtù profetiche, e si sa che predire il futuro è proprio del male, ossia del profano.

Il frutto del melograno si trova spesso in dipinti e statue di Madonne, tra le loro mani, come per esempio in quella nel Duomo di Napoli. La melagranata ha un duplice ruolo, parla di vita e di morte, è simbolo di fecondità e custodisce piccoli chicchi che, secondo molte leggende, sono capaci di predire il numero di gravidanze di una donna; addirittura, poi, anche uno solo di essi sarebbe capace di fecondare una vergine solo perchè lo avrebbe raccolto e tenuto in grembo. Allo stesso tempo, però, il mito di Persefone ci dice che la dea riuscì a discendere gli Inferi e diventare la sposa di Ade, re dei morti, solo dopo aver mangiato sei chicchi di melagrana.

Due figure, Sibilla e Melograno, sacro e profano ed entrambe legate alla figura di Maria. L’idea è far raccontare storie e leggende alla Sibilla attraverso i chicchi della Melagrana che custodisce: ogni chicco una suite di musica e testi. Storie e leggende legate alla Madonna, la figura del cristianesimo che più di altre migra fra sacro e profano: basti pensare ai numerosissimi appellativi a lei dedicati: esiste una Madonna per proteggere ogni diverso essere al mondo.. Ecco la chiave per unire e contestualizzare ancora di più il sacro ed il profano.

Alcuni dei titoli più significativi in repertorio: Ave Maria di Giulio Caccini, Charles Gounod, Astor Piazzolla, Villanella di Cenerentola e Secondo coro delle lavandaie di Roberto De Simone, Magnificat di Marco Frisina, La cura di Franco Battiato.

Galleria Fotografica

Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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Fuori c’è il sole

Cast

  • Autrice: Angela Caterina
  • Regia: Luigi Frasca
  • Tecnico luci e audio: Luca Aquino
  • Produzione: Teatro d’Europa

Interpreti

  • Anna: Angela Caterina

Sinossi

La violenza sulla donna senza tempo e senza età.
La protagonista nuda, sporca, scavata… racconta ad un immaginario signore la sua storia. Una storia di violenza e soprusi da parte di uomini senza scrupoli che a turno violentano lei e le numerose ragazze internate. A rappresentarle sono delle bambole mal ridotte che le fanno compagnia insieme al ricordo del suo unico e vero amore che aspetta con la speranza che possa liberarla. Infatti dopo la fuga di tutte le compagne lei rimane sola chiusa volutamente nel suo buio difronte ad uno specchio vuoto perché non si può più vedere. 
Alla fine del racconto lei chiederà: “C’è il sole oggi fuori? E com’è? Ah, signore… Quant’è bello il sole!”
Quel sole è la sua liberazione…l’Amore che aspettava, è Dio o forse la morte?
Allo spettatore le conclusioni.

Galleria Fotografica

Fotografie: Francesco Carbone e Alessandra Rosa

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