Fu Lumena

Cast

  • Autore: Salvatore Ronga
  • Costumi: Bettina Buttgen
  • Musiche: Antonio Monti
  • Disegno luci: Davide Scognamiglio
  • Macchina scenica: Francesco Aloi
  • Produzione: Associazione Illuminata

Interpreti

  • Lucianna De Falco

Sinossi

I profili di una scatola metallica segnano i limiti di uno spazio sospeso tra vita e morte, percorso dal picchiettio elettronico del cardiogramma e dal rimestio intermittente di voci e suoni che evocano antiche litanie in onore delle anime purganti.
Nel letto Lumena si agita, resuscita dal sonno comatoso e prende coscienza, un po’ alla volta, di trovarsi in una stanza d’ospedale.
La donna è una vecchia prostituta, dimenticata da tutti, che nel delirio dell’agonia rivive il proprio passato in un dialogo serrato con gli spettri di una vita: le amiche d’infanzia, la fida compagna Rosalia, i clienti del lupanare e quelli della pasticceria che la vide un tempo padrona, ma soprattutto Domenico, il vecchio amante, presso cui, vanificata ogni possibilità di matrimonio, si è adattata al ruolo di serva. Quando il cuore va in pezzi e si approssima la fine, Lumena parla per la prima volta con una voce nuova, per rivelare un segreto che ha il sapore di una vendetta e che lascia sgomenti.
Lo spettacolo, nella sua autonomia di invenzione, immagina per il più celebre personaggio di “Filumena”, assurto a simbolo di una storica tradizione teatrale, un’altra trama possibile, tutta nuova, un atto di ribellione condotto con esiti ora tragici, ora comici e grotteschi, al suono dissonante di una lingua ardente, un “napoletano” indomabile e reinventato per un’eversiva dichiarazione d’amore.

Galleria Fotografica

Fotografie: Antonio Colucci

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Locas

Cast

  • Autore: José Pascual Abellan
  • Regia: Niko Mucci
  • Traduzione: Andrea Scarpati Ramirez
  • Costumi: Alessandra Gaudioso
  • Musiche: Luca Toller
  • Video: Francesco Mucci
  • Grafica: Salvatore Fiore
  • Produzione: TAN – Teatri Associati Napoli

Interpreti

  • Marcella Vitiello
  • Laura Pagliara

Sinossi

“…La follia è una linea sottile, che divide due mondi. Basta davvero poco per passare da una all’altra parte”.

Queste le parole, dette da una delle due protagoniste della trama. Due donne in attesa, nell’anticamera dello studio di uno psichiatra, diverse fra loro in modo diametralmente opposto: una donna in carriera e una madre di famiglia in piena depressione, la quale dichiara subito la sua prossimità alla follia.

Pure la loro “diversità”, nell’apparenza e nel ruolo sociale di ciascuna, copre una problematica fatta di debolezze comuni e pone le basi di una conoscenza reciproca, di un assaggiarsi di mondi paralleli, pronti alla divagazione poetica, tanto quanto alla cruda definizione da lessico psichiatrico.

Frequenti le incursioni nella filosofia e nella pratica del disagio mentale, alleggerite nel proporsi, da parentesi comiche. La trama si dipana nell’attesa del medico ritardatario, sino ad un colpo di scena finale che mette in discussione le certezze acquisite dai personaggi nel loro sviluppo di comunicazione verbale, e dal pubblico su di loro in scena.


NOTE DI REGIA

Trattare  il tema della follia in teatro  è tanto difficile, quanto non originale, ma quando lessi      la traduzione di questa storia minimale e pure cosi universale, mi colpì la volontà espressa dall’autore, lo spagnolo Juan Pascual Abellàn, di mantenere una sorta di leggerezza pur nella trattazione di temi gravi e impegnativi. L’uso del comico alternato al drammatico, è al servizio della necessità di porre riflessioni sulla vita e sulle sue declinazioni e deviazioni pratiche sino alla follia, mantenendo la vena di poesia che intride la scrittura, anzi nel tentativo di far lievitare la poesia stessa nel passaggio fra parola scritta e scena. Nel corso del lavoro un nuovo elemento di riflessione ha guidato il nostro progetto: il confronto fra la maschera e l’interpretazione, rapporto che ci ha guidato nell’approfondimento fra la forma (il mostrare) e l’interpretazione (il sentire). Con questo spettacolo proseguo il mio percorso di studio analisi dei sentimenti e delle relazioni interpersonali attraverso il punto di vista eccentrico, della messa in scena.

Niko Mucci

Galleria Fotografica

Fotografie: Antonio Colucci

IL TRAILER

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Regine Sorelle

Cast

  • Drammaturgia e Regia: Mirko Di Martino collettiva
  • Costumi: Annalisa Ciaramella
  • Produzione: Teatro dell’Osso

Interpreti

  • Titti Nuzzolese

Sinossi

Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo: le figlie di Maria Teresa d’Austria, le due mogli del re di Francia Luigi XVI e del re di Napoli Ferdinando di Borbone. Due regine, due mogli, due figlie. Ma forse, soprattutto, due sorelle. Da piccole, Antonietta e Carolina erano fortemente legate l’una all’altra, ma vennero ben presto divise dal corso della storia e dalle necessità della politica. Il loro destino regale le attendeva giovanissime. Vissero da protagoniste inconsapevoli durante uno dei periodi più cruenti e importanti della storia, ma subirono la violenza della Rivoluzione Francese e la forza di Napoleone Bonaparte: Maria Antonietta venne ghigliottinata in piazza a Parigi al cospetto di una folla che l’aveva prima amata e poi odiata; Maria Carolina morì vecchia e sola lontana da Napoli, la città che aveva imparato ad amare.

NOTE DI REGIA

Lo spettacolo è un monologo di teatro brillante che racconta le vite parallele di Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo utilizzando una chiave pop, moderna e colorata, divertente e giocosa, con un pizzico di nostalgia per un mondo irrimediabilmente scomparso. Le due donne furono regine, mogli, figlie, ma forse, soprattutto, sorelle. Lo spettacolo racconta queste due figure di donne eccezionali che scoprirono troppo tardi il vero significato del loro ruolo di regine. Intorno a loro si muove una folla numerosissima di personaggi pittoreschi e intriganti, famosi e sconosciuti, che, ognuno a suo modo, con le sue caratteristiche e la sua lingua, raccontano un pezzo di storia di Napoli, di Parigi, d’Europa. La straordinaria versatilità di Titti Nuzzolese dà vita a uno spettacolo ricchissimo di comicità e di dramma, di storie e di voci, di emozione e di fascino.

Galleria Fotografica

Fotografie: Antonio Colucci

Premi & Riconoscimenti

  • Miglior Attrice – Nomination al Roma Fringe Festival 2017
  • Miglior Attrice – Premio Scenari Casamarciano 2018

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

White Sound

Cast

  • Scritto, diretto e interpretato: Simona Di Maio e Melissa Di Genova
  • Musiche originali: Santy Masciarò
  • Disegno luci: Lorenzo Montanini
  • Elementi scenici e costumi: Maria Isabel Albertini
  • Assistente alla regia: Louis Bernard
  • Traduzione italiano\inglese: Rossella Natale
  • Raccolta testimonianze: Roberta Niero
  • Voce registrata: Carmela Perillo
  • Realizzazione Video: Uncoso Factory
  • Produzione: Teatro In Fabula e Il Teatro nel Baule
  • Coproduzione: Dante Society London

Interpreti

  • Solene Bresciani
  • Vincenzo Coppola
  • Sara Missaglia

Sinossi

“Avete mai sentito parlare di linee parallele del tempo? In quelle linee, ci sono gli avvenimenti che sono rimasti nell’aria, sospesi, vaganti, senza casa. Noi raccoglieremo i resti, le soste e le tappe della vita come frammenti di uno specchio rotto.”

White Sound è il racconto della vita di una donna straordinaria: Lucia De Rosa, detta Rusell ‘e magg’. Lucia non ha più un’età attraverso cui definirsi, i suoi oggetti non le appartengono più, non ha volti da riconoscere, neanche il suo. Cerca qualcosa di importante a cui non sa dare nome. Ad aiutare Lucia nella ricerca del qualcosa smarrito, c’è una bambina che invade la sua casa. È l’arrivo della bambina a stimolare la memoria di Lucia, ad aprire le porte che danno accesso al ricordo. Gli oggetti da cui è circondata, i suoni, i sapori, gli odori sono le tracce del suo passato. È da qui che inizia il viaggio, attraversare ancora una volta la vita fino ad arrivare all’età felice, l’infanzia. L’inizio di tutto.

Due scienziati ci accompagnano nel racconto, a testimonianza della ragione e della scienza che spiega ciò che accade al cervello nel momento in cui una malattia neuro-degenerativa o il tempo ne compromettono le funzionalità. In un momento storico come il nostro, in cui la paura e nello specifico la paura della malattia, è il freno alla vita, abbiamo bisogno di tornare a ricordarne la bellezza e celebrarla.


NOTE DI REGIA

Il progetto nasce dal desiderio di raccontare due eventi naturali che hanno interessato il nostro vissuto nell’ultimo anno: la perdita di una nonna e l’arrivo di una nuova vita. La simultaneità di questi due accadimenti non ci è sembrata un caso. Abbiamo assistito alla crescita naturale di un essere umano che si affaccia alla vita e allo spegnersi di un’altra, prendere la stessa strada. La vecchiaia e l’infanzia, età anagraficamente distanti tra loro, ci sono sembrate incontrarsi in un punto. Un punto senza tempo e senza spazio, che consente di attraversare la vita nel flusso dei ricordi. Ricordi fatti di voci, suoni e musiche di cui lo spettatore fa esperienza immersiva, grazie al binaural microphone, microfono in grado di riprodurre la tridimensionalità del suono come percepita dall’orecchio umano. La sensorialità e il suono, ricostruito come richiamo, evocazione, stimolo, musica, ci ha permesso di arrivare all’origine: al White Sound. Quando siamo nel ventre di nostra madre, il nostro mondo è suono, ancora prima della prima luce guardata, ancora prima del primo tocco; la prima percezione è sonora. In essa sono racchiusi tutti i suoni del corpo: il ritmo del cuore, i movimenti delle viscere, il fluire del sangue, il respiro. Partiamo così dal White Sound: lo ascoltiamo e attraversiamo tutta la vita di una donna, sintonizzandoci sulle sue frequenze. Nel nostro processo di creazione, abbiamo raccontato il cervello come casa e di questa casa abbiamo deciso di aprire le stanze. “Ci sono stanze che vengono utilizzate spesso, dove si entra facilmente, piene di luce. Ecco, queste stanze sono la corteccia celebrale. Ci sono, poi, altre stanze, stanze nascoste, antiche, in cui tutto è conservato con cura. In queste stanze remote si trovano i primi ricordi, quelli d infanzia e le nostre emozioni.”

Realizzato in una Londra deserta e in pieno lockdown, White Sound ci ha permesso, come performers ed artisti di leggere il tempo storico che viviamo e tentare di aprire uno squarcio di luce nel buio. La forza di questa storia è nell’essere una storia di tutti. A tutti tocca invecchiare o affrontare un processo di malattia, a tutti capita di sentirsi disorientati, persi, soli, soprattutto in questo periodo così complesso come quello che stiamo vivendo. Questa storia ricorda che la delicatezza del prendersi cura è tutto quello che resta. Allo stesso modo in cui la bambina guida Lucia nel suo percorso a ritroso nello spettacolo, desideriamo prendere per mano lo spettatore e accompagnarlo attraverso questa storia, che è anche la sua storia.

Galleria Fotografica

Fotografie: Antonio Colucci

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Amleto o il gioco del suo teatro

Cast

  • Autore: William Shakespeare (libero adattamento di “Amleto”)
  • Drammaturgia collettiva/progetto, adattamento e Regia: Giovanni Meola
  • Costumi: Marina Mango
  • Assistente Regia: Chiara Vitiello
  • Produzione: Virus Teatrali

Interpreti

  • Solene Bresciani
  • Vincenzo Coppola
  • Sara Missaglia

Sinossi

Note sul progetto

Primo progetto shakespeariano di Virus Teatrali, primo incontro con il drammaturgo più totale, rappresentato, affrontato e tradito del mondo.

Drammaturgia collettiva basata su un lavoro di frammentazione e ricomposizione del testo shakesperiano, con tre soli interpreti (più un microfono a filo e relativa cassa di amplificazione) ad interpretare tutti i personaggi di questa intricata vicenda di tradimenti, rivelazioni, strategie e sentimenti negati o compressi.

Dopo Cechov (‘TRE. Le Sorelle Prozorov’, libero adattamento da ‘Tre Sorelle’), Shakespeare: la compagnia prosegue il suo cammino attraverso i classici del teatro di sempre utilizzando una scrittura scenica a forte impatto fisico ed emotivo, ma non privo di ironia e grottesco.

In epoca elisabettiana era vietato alle donne l’andare in scena, ma sulla scia di fior di esempi (un famosissimo Amleto del 1899 con la divina Sarah Bernhardt ad interpretare il principe danese), Virus Teatrali propone una compagnia a predominanza femminile per ribaltare e shakerare il gioco scenico plurisecolare che questo testo rappresenta per tutti i teatranti da più di quattro secoli a questa parte.

‘Amleto (o Il Gioco del suo Teatro)’ prova a percorrere il sentiero di un Amleto del cui suo dramma sarà lui stesso drammaturgo, regista e interprete: non è Amleto che scrive e indica cosa (e come) rappresentare ai Comici che arrivano a corte nel momento giusto in cui lui ha bisogno di una prova inconfutabile ed inoppugnabile di tradimento e colpevolezza dello zio-re Claudio?

Ed ecco che, magicamente, il teatro arriva in soccorso.

Come spesso accade, il teatro arriva in soccorso anche se costantemente sminuito, svilito, impoverito.

Galleria Fotografica

IL TRAILER

Recensioni

“Mi accingo a scrivere di ‘Amleto (o Il Gioco del Suo Teatro)’ con ancora nelle orecchie il suono del lungo applauso con cui gli spettatori hanno manifestato il proprio gradimento. Ero tra loro a godermi la bravura di un artista colto. Meola è in grado di distruggere, dissacrando e, al contempo, utilizzando linguaggi affatto diversi, ricomporre in chiave moderna l’emotività della stessa opera dissacrata. Solo chi ha sedimentato le nozioni, trasformandole in cultura, è capace di fare ciò che ha fatto il regista. Ho senz’altro visto sul palcoscenico Shakespeare, ma anche i manga, anche la comicità dei cabarettisti degli anni ‘60/’70, la recitazione dei grandi mimi del secolo scorso. Non ho timore di affermare che ho scorto in questo ‘Amleto’ la stessa capacità di creare un’opera originale e ben riuscita da un classico ingombrante, come il dramma di Shakespeare, di Ian Mc Ewan col suo ‘Nel Guscio’. A vantaggio del nostro regista c’è però la capacità di dissacrare pur mantenendo, con evidente minimalismo, la stessa ambientazione.”

(Proscenio | G. di Biase)

 

“Una rivisitazione che è anche tanto altro, un punto di vista che abbraccia un classico e ne fa una nuova visione, un nuovo concetto di adattamento.

Una messa in scena ai limiti del pop, in senso buono, un vortice surreale in cui teatro, metateatro e tanto altro si mescolano in una incredibile contesa tra pensiero ed azione, apparire o restare nell’ombra, dare un senso al proprio percorso oppure lasciarsi colpire dagli eventi. La bravura degli attori in scena è smisurata. Il punto di vista, la regia di Giovanni Meola, che cura anche l’adattamento del testo, può apparire ai limiti del contorto, solo se non si considera un fattore, la volontà di mettere seriamente in scena Shakespeare, riadattare quel vuoto, ricontestualizzare quel disagio, quegli eventi. Ricollocare, per quanto possibile con immagini, suoni, parole, una storia incastrata in un passato che ritorna ad ogni scontro umano, ad ogni dramma, ad ogni storia d’amore. Un punto, una parola, uno sguardo.

Meola ipnotizza il pubblico con un approccio rapido ma al tempo stesso intenso. Gli applausi finali fanno il resto. Il teatro è le sue mille sfaccettature, classico, contemporaneo, sperimentale, tutto in uno, uno in tutto. Il teatro.”

(Controscena | P. Marsico)

 

“Ancora una volta, la compagnia Virus Teatrali ha centrato l’obiettivo. Essere o non essere? Gli attori escono di scena ripetendo, come in una litania, il noto dubbio amletico fino a svanire in un sussurro di voci. Poi, calano le luci. Un attimo di silenzio e il pubblico esplode in un’ovazione, che saluta con calore l’intelligente adattamento dell’opera più nota di Shakespeare. Lo spettacolo firmato dalla regia di Meola è frutto di un lavoro di sintesi e sperimentazione, sapientemente coordinato. Pennellate di ironia si alternano al dramma esistenziale di Amleto, interpretato da una straordinaria Sara Missaglia, che con la sua espressività restituisce al pubblico tutta la complessità psicologica del personaggio.”

(Il Mondo di Suk | D. Maffione)

 

“Non mancante di guizzi di comicità più o meno marcati, specialmente quando Amleto si rapporta con i teatranti che lo aiuteranno a smascherare l’assassinio di suo padre, la rappresentazione convince su tutti i fronti, restituendo a chi la guarda quel sentimento tutto teatrale della condivisione degli attimi che lì per lì si allungano quel tanto che basta a farli divenire anch’essi immortali, come quelli da cui si è partiti. ‘AMLETO (o il Gioco del Suo Teatro)’ è da vedere assolutamente, non foss’altro che per comprendere ancora una volta che la modernità non è fine a se stessa e quando riesce a calarsi nel mito in punta di piedi, ma credendoci, ristabilisce l’ordine cosmico temporale che di generazione in generazione continua a creare bellezza e cultura e nulla ha da invidiare a chi nel mito già soggiorna da millenni.”

(In Platea | M. Addesso)

 

“Un teatro fluido e in continuo movimento, dove bastano solo tre attori per ricreare ‘lo specchio della natura umana’ alla ricerca della verità. È la grandezza dell’arte di Shakespeare che incontro l’anima innovatrice di Giovanni Meola. Toccando gli strati più profondi dell’anima, fatti di luci e ombre, l’adattamento riscopre l’immortalità del Bardo, autore calato nel suo tempo ma che dallo stesso prescinde, sollevando tematiche di grande attualità legate alla fragilità umana del passato che resta presente.”

(Il Roma | S. Sodano)

 

“Lo spettacolo è allegorico e capace di aprire continui varchi, se non squarci, sulla nostra realtà. Rivolgendo lo sguardo alla magia della sala, alle luci della ribalta, sono solo tre gli attori che scambiano continuamente  i ruoli: Amleto è quasi sempre donna, ma Amleto spesso è anche Ofelia, e Ofelia è anche suo padre Polonio e così via. Sintesi perfetta dell’opera in quanto a rendimento. La diegesi e i dialoghi seguono un criterio messo a punto per conferire tutta la dinamicità necessaria ad uno spettacolo senza centro, senza ruoli prefissati ed è il solo passaggio da un ruolo ad un altro a coincidere con la fine di una scena e l’inizio di un’altra. Quando la tragedia raggiunge l’acme e la catastrofe, lo spettatore, oltre che svuotato al pari di Amleto è anche volutamente disorientato e rivive in questo la frenesia del mondo contemporaneo, dove siamo tutto, ma anche nessuno. Dunque, nella scena finale tra veleni e colpi di spada tutti i personaggi muoiono in un frenetico avvelenamento esistenziale.”

(Eroica Fenice | A. Forgione)

 

“Solo tre attori che si scambiano voci, espressioni e ruoli senza badare al genere o all’età, che portano abiti semplici e che hanno bisogno di indossare solo le loro espressioni. Sono tutti e nessuno, contemporaneamente sul palco personaggi e attori, maschere che recitano e si fanno vere, persone che giocano al gioco del ‘far finta che’. La loro performance – nuda, essenziale – rende tangibile l’inespresso,  l’impossibile, l’indicibile, che in questo scambio continuo di voci e mimiche rendono reale la finzione, portando negli occhi degli spettatori la follia di Amleto e di Ofelia. Quella a cui assistiamo è una messa in scena che possiede il midollo spaventoso e divertente che ci disseta ogni volta che viviamo, ascoltiamo o leggiamo una buona storia: questo Amleto è spezzato, ab-soluto e sciolto, slegato dal suo tempo e dal nostro, è autentico e, nella sua falsità, nel tradimento della traduzione della vita in una rappresentazione, ci racconta qualcosa su di noi. Lo spettacolo è un’autentica menzogna che racconta la verità. Se volete conoscere il sapore delle ossa di Amleto e dell’anima metallica di una bella storia andate a vederlo, non ve ne pentirete.”

(La Settimana TV | S. Lazzaro)

 

“Meola scompone il dramma shakespeariano per poi ricomporne i frammenti in una lettura che cambia ogni volta timbro e prospettiva. La scenografia è assente e tutta la forza della tragedia shakespeariana è affidata all’intensità della recitazione dei tre attori, che ne trasmettono il pathos al di là della loro specifica caratterizzazione di genere, sgusciando fuori dalla loro pelle ed entrando, non senza qualche strappo e sussulto, in un’altra… e poi in un’altra ancora. Gli interpreti sembrano saltare fuori da un buco nero, da un sogno o da un incubo, lo stesso in cui abita il padre di Amleto, che esorta il figlio a non dimenticarlo, e a disvelare la verità, andando oltre le apparenze e sollevando il velo sull’aletheia. Gli unici oggetti scenici sono una cassa e un microfono. Attraverso questi ultimi, gli attori amplificano i loro tormenti interiori. Il loro interlocutore è Orazio, artificio narrativo utile a dar voce a un controverso dialogo interiore.

Forse la soluzione ai dubbi, una delle tante possibili, si intuisce solo alla fine ed emerge da parole frammentate e riannodate quasi a caso in una specie di scioglilingua: ‘Bisogna essere per continuare a sognare…’.

(Cultura a Colori | T. Sabatino)

 

“Meola rilegge il testo del bardo, continuando a rendere i classici gioco di teatro dell’oggi, punteggiato da musica e ironia. Forte emerge l’ironia nei Comici chiamati ad interpretare la ‘verità’ e forti gli inserimenti all’interno dell’azione scenica delle partiture di famosi brani di Caterina Caselli e Sergio Endrigo, come richiamo temporale. Del resto, un microfono e un amplificatore sono gli unici oggetti di scena, segni che ci fanno comprendere che si è all’interno di uno spettacolo, di un gioco di teatro, nel presente. Smontare e rimontare per dire del mistero dell’Amleto, una continua ricerca, ricerca pura, intrecciata alle improvvisazioni è stato un lavoro da artigiano, confida il regista, con l’intento anche di non mascherare mai le transizioni fra i vari piani, compresi i momenti musicali e i movimenti corporali. Uno spettacolo che possiede una coinvolgente cifra interpretativa e dialogante: lo si rivedrebbe con assoluta predisposizione, forse per comprendere ancor di più l’intricato, amletico testo, in un gioco di leggerezza al quale non si sono sottratti né il regista né gli attori, che hanno rivelato, in un piacevole incontro post-spettacolo, gli ostacoli che hanno dovuto affrontare e superare.”

(Teatro Cult News | R. Felerico)

 

“Sta per succedere qualcosa! Lo Sento! Altrimenti non avrebbero mai iniziato a recitare da metà, penso concentrata mentre provo ad anticipare la prossima scena: sforzo inutile. I tre attori sul palco stanno destrutturando il principe di Danimarca. Sono solo in tre ma ricoprono tutti i ruoli dei protagonisti della tragedia shakespeariana.

Secondi di sconcerto: conoscendomi, di sicuro mi perderò qualche passaggio e farò confusione fra i personaggi senza capirci più nulla, così resto tesa e attenta sulla sedia.

Invece, mi rendo conto che le ‘mutazioni’ sono semplici da seguire e accolgo in pieno l’invito del regista Giovanni Meola a distaccarsi dai ruoli maschili/femminili e dagli attori legati ai caratteri principali o secondari dei personaggi interpretati. Non ci sono ruoli predominanti e i tre attori sono credibili in ognuno dei ruoli che ricoprono.”

(Facci Un Salto | T. Montella)

 

“Meola segue in modo abbastanza fedele l’intreccio dell’originale, ma il testo è destrutturato in un gioco di improvvisazioni che sono state il frutto dell’inventiva creativa dei tre interpreti che, al contempo, sono state abilmente ricucite, ricomposte e rimaneggiate, con un mai ultimato labor limae, dalla mano esperta del regista.

I tre attori alternano e si scambiano i vari personaggi, arrivando tutti, chi più e chi meno, ad impersonare il protagonista. La Missaglia dimostra la sua migliore versatilità proprio nel ruolo maschile del protagonista, di cui riesce a scandagliare gli aspetti contraddittori e non, muovendosi sulla scena con infaticabile energia fisica e marcando il rilievo oltreché delle parole anche dell’atto fisico e corporeo. Le doti attoriali di Vincenzo Coppola spiccano soprattutto nel personaggio di Laerte, che si sforza di distogliere la sorella Ofelia dall’interesse verso Amleto mettendola più volte in guardia, e che, nel duello finale, arriva ad assurgere al ruolo di vero e proprio deuteragonista. Solene Bresciani, pur in piccola parte penalizzata dall’inflessione linguistica francofona, è molto brava a portare in scena la follia di Ofelia, dando risalto pieno, anch’ella, all’espressione non verbale. Scene più leggere allentano la tensione, contribuendo tuttavia a mantenere sempre vigile l’attenzione dello spettatore che, nei 75 minuti dello spettacolo, pur conoscendo la storia, non dà nulla per scontato e attende con ansia lo scioglimento della vicenda.”

(Street News | M. Longobardo)

 

“Più che del marcio, c’è del gioco in Danimarca: un gioco di scomposizione e ricomposizione che appare estemporaneo, ma che invece sottende un processo creativo lungo ed elaborato, nonché una precisione coreografata con sapiente ironia. Frutto di un lungo lavoro, questa drammaturgia ha visto finalmente la luce in scena e ha ritrovato il calore del pubblico in sala, rimasto ad ascoltare gli attori anche dopo l’ultima rappresentazione. L’Amleto che prende qui, talvolta, le sembianze di uomo e donna è egli stesso regista, autore, drammaturgo, e non un semplice appassionato e cultore di teatro, cogliendo al balzo l’occasione della compagnia teatrale a corte per smascherare il Re zio usurpatore, esempio di metateatro per eccellenza, di ‘play within the play’. E se nel ‘600 alle donne era vietato recitare, qui ormai assistiamo a un capovolgimento di genere, con una netta predominanza femminile nel terzetto di attori e un Amleto interpretato per molte più battute da una donna. Sono poi così tanti i misteri, i passaggi oscuri e le cose non dette in questo capolavoro, che diventa inevitabile esplorarli ancora oggi, approfondirli, suggerire nuove strade e interpretazioni, ha detto il regista a margine dell’ultimo spettacolo.

E la ricerca caricaturale di Polonio, sul palco, come fosse un gattino, non fa che confermare la tesi autoriale appena espressa.”

(NT Notizie Teatrali | R. Aiello)

 

La Pasqua Bassa

Cast

  • Autore: (Tratto dal romanzo di ) Antonio del Giudice
  • Regia: Roberto Negri
  • Riduzione e Adattamento: Roberto Negri e Antonio Del Giudice
  • Scenografia: Davide Sciascia
  • Costumi: Rossella Ramunni
  • Assistente Regia: Cecilia Guzzardi
  • Suggestioni visive: Malombra
  • Musiche originali: Marcello Fiorini
  • Coreografie: Silvia Franci
  • Luci e Fonica: Walter Del Greco
  • Realizzazione scene: Area 5 LAB
  • Registrazioni: Studio NSL
  • Organizzazione: Paola Ferranti
  • Produzione: Tiberio Fiorilli

Interpreti

  • Cristina Golotta
  • Federica Pizzutilo
  • Liliana Randi
  • Giacomo Mattia
  • Con la partecipazione di: Roberto Negri

Sinossi

Una storia del sud, un sud reduce dall’ultima guerra.
Storia di sentimenti e vissuto popolare, con echi letterari da Pirandello a Verga, ma con ritmi contemporanei per una narrazione quasi cinematografica.
La guerra ha portato la morte degli uomini di una casa di contadini.
Rimaste sole, una madre e una figlia sono obbligate al confronto.
Un confronto che è una novità nel panorama della fatica quotidiana.
E che sarà una sorpresa per entrambe.
Una visione al femminile dei temi cardine della vita.
Coraggio e resilienza portano mutamenti e i semi di un futuro possibile germineranno nel terreno della speranza.

NOTE DI REGIA

L’idea drammaturgica nasce dalla collaborazione tra l’autore del romanzo Antonio Del Giudice e il regista Roberto Negri, già proiettata all’allestimento. La chiave narrativa storicizza gli eventi, ma la loro evoluzione né amplia gli orizzonti temporali. Le trasformazioni descritte sono intime e sociali ad un tempo. Tempo doloroso e crisi di cambiamento. Niente di più contemporaneo. La scelta dell’allestimento privilegia l’aspetto visivo della narrazione e con l’uso di tecniche di teatro d’ombra e proiezioni né esalta le suggestioni emotive, all’interno di soluzioni scenografiche essenziali e rigorose. E così la parola, spesso flusso libero di coscienza, viene amplificata dal contesto visivo, espandendo nello spettatore sia lo spazio del ricordo che dell’immaginario. Un disegno luci di matrice espressionista contribuisce ad evidenziare la geometria dei rapporti scenici. Le musiche originali nascono anch’essa dalla trasformazione. Il mutamento delle riconoscibili sonorità antiche della fisarmonica in atmosfere rarefate e sensoriali. Infine, e non ultima, la ricerca stilistica e sartoriale consente un’immediata connessione con il contesto del periodo, anch’essa però suggerendo elementi di inclusione culturale. Tutto il percorso creativo verte alla veicolazione di spunti di riflessione e analisi sui temi cardini dell’esistenza. Un’indagine esplorativa in un universo storico ed emotivo, radice linfa del nostro presente.

Galleria Fotografica

IL TRAILER

Recensioni

Focus on – Polvere

Focus On

Cast

  • Coreografia: Sonia Di Gennaro
  • Performing Arts Group – Compagnia Giovani Movimento Danza
  • Produzione: Movimento Danza, MiC, Regione Campania 

Interpreti

  • Roberta Ascione
  • Maria Giovanna Cimmino
  • Martina Galardo
  • Francesca Gifuni

Sinossi

Focus on è un work in progress in cui Sonia Di Gennaro esplora, con il Performing Art Group, le possibili relazioni che fanno parte della nostra quotidianità: incontrarsi, come ignorarsi o perdersi, fino a ritrovarsi. Un primo studio in cui lo sguardo del danzatore si incrocia con gli altri corpi creando figure, costruendo immagini, proiettando ombre, che si allungano, ondeggiano, fluttuano in un mondo dai confini incerti e mutevoli.

A seguire

Polvere

Cast

  • Coreografia: Gabriella Stazio
  • Sound Design: Francesco Giangrande
  • Luci: Alessandro Messina
  • Musiche: Yann Tiersen, Morgan, F.Buscaglione, Jimmy Fontana, Massimo Ranieri, Patty Pravo, Rino Gaetano

Interpreti

  • Sonia Di Gennaro

Sinossi

L’incoerenza, la mancata coesione delle particelle di un corpo, di una sostanza, può avere i suoi lati positivi. Come il potersi insinuare ovunque, di volare almeno per un po’ e poi di depositarsi, penetrare nuovamente in altri luoghi o nello stesso posto, di essere quasi invisibile, almeno all’inizio. Pensi di averla mandata via (l’incoerenza), ma non è così. Ritorna.

Un corpo coerente non può comportarsi allo steso modo, perché le particelle si aggregano, si consolidano, diventano materia e sei fregato.

Devi iniziare a pensare al peso, alla dinamica, alla forza, alla qualità, insomma un sacco di cose.

E oggi ti chiedi: ne vale la pena?

Anche l’incoerenza di pensiero è una bella qualità.

Puoi fare un po’ quello che ti pare, negando quello che hai appena affermato, senza una logica, senza una etica, senza un preciso perché. Infatti il pensiero incoerente mi sembra stia avendo un bel successo ultimamente.

Nel caso in cui le particelle di incoerenza sono minutissime come la polvere, e non la vedi quasi (eppure c’è), ti chiedi addirittura se sia il caso di spolverare, tanto non si vede, tanto poi si riforma.

Tanto non ne vale la pena.

Ognuno di noi avrà avuto un minutissimo momento di polvere di incoerenza nella vita. Ognuno di noi dovrebbe conservare (nella polvere) un pensiero incoerente, come un ancora di salvezza.

Questo è il mio.

 

Polvere: minutissime particelle incoerenti

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Adda passà

Cast

  • Autore e Regia: Alfonso Grassi
  • Produzione: ArTeatro

Interpreti

  • Emilia Bruno
  • Francesca Del Vacchio
  • Alfonso Grassi
  • Arturo Lissa
  • Michele Maffei
  • Lorena Nicodemo
  • Regina Presutto
  • Enrico Santoro
  • Renato Siniscalchi

Sinossi

Il titolo dello spettacolo ‘Adda passà, rievoca la celebre frase pronunciata da Gennaro Jovine nel terzo atto di Napoli Milionaria, Adda’ passà ‘a nuttata e nasce da una riflessione sul presente, sull’attesa di un ritorno alla nostra quotidianità interrotta dall’emergenza sanitaria. La notte deve passare per tutti noi, reduci da una guerra contro un nemico invisibile che inevitabilmente ci ha trasformato. Come la Napoli di Eduardo, anche la nostra società si manifesta a tratti rassegnata, rapace, fatta di spalle voltate e porte chiuse, di lotta alla sopravvivenza. La pandemia, come la guerra, non può spegnere l’entusiasmo nei cuori della gente, la spontanea solidarietà e la semplicità di cogliere la meraviglia attorno a sé. C’è ancora uno spiraglio di generosità e spirito collaborativo: ne è portavoce Gennaro, ma l’emblema è il ragioniere Spasiano che dona la medicina gratuitamente a Donn’Amalia per salvare la figlia, (si potrebbe fare lo stesso con il brevetto dei vaccini covid19). ‘Adda passà si arricchisce di un significato purificatore dell’animo , diventa la filosofia di un popolo, la massima a cui affidarsi nei momenti di crisi.

Il primo tempo, “La chiave di casa” è una pièce teatrale di Carlo Mauro del 1931.

Mentre fa ritorno a casa, Don Simone incontra l’amico Ciccillo che gli chiede un favore: intrattenere il marito di una signora con la quale ha una tresca amorosa, finché non si troverà la chiave di casa della donna. Dopo che Simone ha accettato controvoglia l’incarico, Ciccillo gli indica il marito dell’amante seduto in una pizzeria. È l’inizio di una serie di vicissitudini ed equivoci esilaranti. Un testo basato sull’amicizia … o forse sull’illusione di “essere amici”.

Il secondo tempo, invece, è tratto dal primo atto di Napoli milionaria di Eduardo De Filippo del 1945.

In un tipico basso napoletano, in piena guerra, vivono Gennaro e Amalia Jovine, con i figli Amedeo e Maria Rosaria. Nonostante Gennaro non approvi, Amalia pratica la borsa nera in società con Errico “Settebellizze” e tra i suoi clienti spicca il ragioniere Spasiano, venuto per comprare alimenti per la sua famiglia al prezzo di svendere le poche proprietà che ancora gli rimangono. Nel finale è messo in scena il funerale di Gennaro, che servirà da intralcio alla retata del brigadiere Ciappa, mentre un nuovo bombardamento colpisce Napoli…

Alfonso Grassi

Galleria Fotografica

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Querida Gala

Cast

  • Concept, coreografie e regia: Antonello Apicella
  • Musiche originali: Max Maffa
  • Interventi pittorici: Michele Paolillo
  • Disegno luci: Virna Prescenzo
  • Produzione: Campania Danza

Interpreti

  • Olimpia Milione

Sinossi

“Querida Gala” (QG) è un progetto coreografico che si propone di riportare in scena alcuni aspetti della vita di Elena Diákonova, passata alla storia con il semplice nome di Gala.

Lei, donna senza passato, donna in maschera dal personaggio ben inventato, affascinante paradosso, diventato veicolo di una narrativa che tiene a galla il gusto per le storie mai chiuse.

Gala era una donna seduttrice ma scivolosa che rimase ai margini del suo talento per situarsi in secondo piano rispetto all’attenzione artistica e culturale del suo tempo.

Eppure la personalità che appare nelle opere che l’hanno immortalata è ben distinta.

Ispiratrice di diversi poeti surrealisti del primo novecento parigino, fu sposa di Salvador Dalí che la convertì nella sua musa ritraendola spesso nelle sue tele e definendola l’unico personaggio mitologico vivente del tempo.

La donna in generale, la cui femminilità è stata affrontata in vari modi, è da sempre stata oggetto e soggetto d’arte. Con questo progetto però, ci proponiamo di metterla al centro dell’attenzione delle sue scelte senza voler aprire un dibattito sull’eguaglianza ma mostrandone la possibilità di realizzazione personale, seppure non in qualità di protagonista; aprire un dialogo che mostri la presenza delle opportunità che ogni donna ha nella scelta del ruolo da svolgere accanto al proprio compagno. 

Motivo e punti di forza di questo dialogo sono gli scritti che mostrano come la donna  Gala, amata e venerata, abbia scelto di lasciarsi influenzare più dal suo passato che dalla forte personalità artistica dei suoi amori e di rimanere protagonista nella vita privata piuttosto che sulla scena.

Il nostro obiettivo è raccontare storie che possano risvegliare o rispecchiare le emozioni e i sentimenti del pubblico, lasciando un messaggio chiaro e diretto allo spettatore.

Galleria Fotografica

Fotografie: Francesco Carbone e Alessandra Rosa

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com

Collective Trip 7.0

Cast

  • Concept, Regia e Coreografia: Claudio Malangone e Nicoletta Cabassi
  • Musica eseguita dal vivo al pianoforte: Gabriele De Feo
    (7° Sinfonia di Beethoven nella trascrizione di Franz Liszt)
  • Video: Checco Petrone
  • Costumi: Nicoletta Cabassi
  • Produzione: Borderline Danza

Interpreti

  • Luigi Aruta
  • Adriana Cristiano
  • Antonio Formisano
  • Giada Ruoppo

Sinossi

Collective Trip 7.0 è il momento conclusivo di un “atto di pensiero” che coinvolge in questo 1°studio i due coreografi Nicoletta Cabassi e Claudio Malangone. Tema portante è la settima sinfonia di Beethoven.

Sapersi conoscere e osservare, aprirsi al dialogo e al confronto allo scopo di recuperare una dialettica comunitaria, di reinventarsi e di riscoprirsi all’interno di una fluidità organizzativa e creativa, in cui le strategie di ciascuno diventano supporto alla ricerca artistica. Il punto di partenza è l’idea di un tragitto e quelle trasformazioni che un ambiente e un corpo subiscono durante un percorso, catturando le metamorfosi e le contraddizioni a esso insite.

Un viaggio che trae ispirazione tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, per condurre in un luogo intimo e caloroso, dove si apre lo spazio per costruire la drammaturgia, identificandone l’essenza non nel contrasto tra i quattro personaggi ma nel confronto tra scena e pubblico.

SINOSSI

Collective Trip 7.0 è così organizzato:

  • “HOP.E in La Maggiore” di Nicoletta Cabassi, 1° e 4° movimento.

L’ascolto della “Settima Sinfonia” di Beethoven infonde un diffuso entusiasmo vitale ma possiede anche tra le note un vago sapore malinconico e avvicinarsi a Beethoven incute sempre un doveroso timore. La domanda principale e perno tematico per la creazione è stato “come ci si sente prima della felicità?”. Allora assieme ai danzatori abbiamo lavorato in sinergia per trovare questo stato d’animo comune, attraverso i loro suggerimenti e attraverso fonti visive tramutate in azioni.

  • “DIE HAPPY” di Claudio Malangone, 2° e 3° movimento.

In un continuo contrasto tra luce e ombra, tensione e riposo, in una sorta di coazione a ripetere, segni evanescenti e leggeri diventano segnali della continua ricerca di un equilibrio tra pulsione e ragione per affrontare il senso dell’esistenza a partire dalla sua transitorietà, passando per l’accettazione di un corpo che dona sofferenza, ma anche di un corpo che è libero di scegliere le proprie passioni. Ed è in esso che la vita si condensa, frammentata e detonata, per poi esplodervi all’interno.

 

Si informa che lo spettacolo contiene scene di nudo, sia maschili che femminili

Galleria Fotografica

Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

Recensioni

Al momento non sono presenti recensioni.

Hai visto lo spettacolo? Vuoi inviarci la tua recensione?
Inviala a info@teatro99posti.com