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LUXANIMAE – Tra Cielo e Terra

Cast

  • Regia: Francesco Rivieccio
  • Autori: Marina Bruno, Ondanueve String Quartet e Michele Maione

Interpreti

  • Marina Bruno
  • Ondanueve String Quartet
  • Michele Maione

Sinossi

Sonorità acustiche, elettronica, vocalità spiegata, influssi ritmici popolari, testi sacri, profani, atmosfere meditative, incursioni nella musica etnica e nel barocco, fino al pop contemporaneo. Musiche che provengono da mondi, stili, epoche, culture lontanissime.

Non mancano davvero i fattori artistici alla genesi di questo percorso musicale, frutto di un incontro a lungo cercato da tutti i protagonisti, che negli anni hanno già avuto occasione di collaborare e di conoscersi. Parliamo di Marina Bruno, protagonista de “La gatta Cenerentola” di Roberto De Simone, dalla eclettica personalità vocale e solidissima carriera, del quartetto d’archi Ondanueve String Quartet, formazione di grande esperienza e dalle illustri collaborazioni (Ferzan Özpetek e Paolo Sorrentino, per citarne un paio), e di Michele Maione, percussionista evoluto, aperto all’elettronica ed alla contaminazione, ormai una certezza nel panorama musicale italiano. Francesco Rivieccio, che cura la drammaturgia e la messa in scena del progetto, è un giovane attore ed autore teatrale che spazia dal teatro di tradizione alle nuove tendenze.

“LuxAnimae” vede la luce nel momento forse più difficile degli ultimi decenni per molta parte dell’umanità, ed è figlio di dubbi, riflessioni, incertezze, aspirazioni, volte a creare una linea di comunicazione con qualcosa di “superiore”, una sorta di entità che possa illuminare gli animi indicando la strada per il ritorno alla serenità individuale e globale.

Il primo segno tangibile è stato una ipnotica versione del “Magnificat” di Marco Frisina, del quale è stato girato un videoclip nella straordinaria ambientazione del Cimitero delle Fontanelle, a Napoli, grazie alla gentile disponibilità dell’Assessorato alla Cultura ed al Turismo del Comune di Napoli.

Per fornire un trait d’union ai vari brani, tra sacro e profano, il regista Rivieccio ha individuato due elementi principali, che possiedono in nuce questa unione: la Sibilla ed il frutto del melograno. La sibilla, non quella Cumana o di qualche altra località, ma semplicemente una sibilla, una zingara con potere divinatorio, è la protagonista dei racconti. Associata al bene, poichè per sibilla s’intende una vergine ispirata da Dio e quindi al sacro; ciononostante, essa possiede anche un aspetto profano perchè dotata di virtù profetiche, e si sa che predire il futuro è proprio del male, ossia del profano.

Il frutto del melograno si trova spesso in dipinti e statue di Madonne, tra le loro mani, come per esempio in quella nel Duomo di Napoli. La melagranata ha un duplice ruolo, parla di vita e di morte, è simbolo di fecondità e custodisce piccoli chicchi che, secondo molte leggende, sono capaci di predire il numero di gravidanze di una donna; addirittura, poi, anche uno solo di essi sarebbe capace di fecondare una vergine solo perchè lo avrebbe raccolto e tenuto in grembo. Allo stesso tempo, però, il mito di Persefone ci dice che la dea riuscì a discendere gli Inferi e diventare la sposa di Ade, re dei morti, solo dopo aver mangiato sei chicchi di melagrana.

Due figure, Sibilla e Melograno, sacro e profano ed entrambe legate alla figura di Maria. L’idea è far raccontare storie e leggende alla Sibilla attraverso i chicchi della Melagrana che custodisce: ogni chicco una suite di musica e testi. Storie e leggende legate alla Madonna, la figura del cristianesimo che più di altre migra fra sacro e profano: basti pensare ai numerosissimi appellativi a lei dedicati: esiste una Madonna per proteggere ogni diverso essere al mondo.. Ecco la chiave per unire e contestualizzare ancora di più il sacro ed il profano.

Alcuni dei titoli più significativi in repertorio: Ave Maria di Giulio Caccini, Charles Gounod, Astor Piazzolla, Villanella di Cenerentola e Secondo coro delle lavandaie di Roberto De Simone, Magnificat di Marco Frisina, La cura di Franco Battiato.

Galleria Fotografica

Fotografie: Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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Tra Cielo e Terra

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TRA CIELO E TERRA
la Natività raccontata dagli ultimi
di Paolo Capozzo
CON PAOLO CAPOZZO, ANGELA CATERINA, MAURIZIO PICARIELLO
REGIA: GIANNI DI NARDO
RIPRESE E MONTAGGIO: ROSSELLA ORSI e GIOACCHINO ACIERNO
Prodotto dal Consorzio Teatro Irpino e registrato presso il Teatro 99 Posti

“Tra cielo e terra” è uno spettacolo che segue idealmente il cammino di Giuseppe e Maria nelle tappe più significative che hanno caratterizzato la Natività, ripercorrendo i primi anni dell’infanzia di Gesù (dall’annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla strage degli innocenti) attraverso un appassionato racconto vissuto con lo sguardo e la lingua degli “ultimi”, di coloro che, pur se testimoni della storia, non ne sono stati mai protagonisti.
Alla voce ufficiale delle scritture si sovrappone quindi il vociare di uomini e donne del popolo, con il loro carico di solidarietà e di miserie.
Un racconto fatto dalla gente semplice, che di quegli episodi ne fa un ritratto molto umano, privo di sovrastrutture teologiche, eppure pregno di fede e di speranza.
La drammaturgia di questo spettacolo colloca in Irpinia gli episodi di cui narra, noncurante degli ovvi anacronismi e della errata collocazione geografica, e racconta l’accaduto con lo stile delle favole della tradizione orale irpina, in cui tutto veniva ricondotto ad una realtà in cui il popolino potesse riconoscersi.
Il linguaggio usato in scena è una sorta di metadialetto, un gramelot irpino, che condensa le sonorità dei diversi dialetti della provincia avellinese, a formare un linguaggio fatto di termini arcaici e neologismi che esaltano i colori del racconto.

 

TRA CIELO E TERRA
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Tra Cielo e Terra – la natività raccontata dagli ultimi

Cast

  • Autore e Regia: Paolo Capozzo
  • Musiche: Giuseppe Relmi e Massimo Testa
  • Produzione: Consorzio Teatro Irpino

Interpreti

  • Paolo Capozzo
  • Angela Caterina
  • Giuseppe Relmi
  • Massimo Testa

Sinossi

 “Tra cielo e terra” è uno spettacolo che narra dei primi anni dell’infanzia di Gesù (dall’annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla strage degli innocenti) attraverso un appassionato racconto vissuto con lo sguardo e la lingua degli “ultimi”, dei semplici, di coloro che, pur se testimoni della storia, non ne sono stati mai protagonisti.
Alla voce ufficiale delle scritture, quindi, si sovrappone il vociare di uomini e donne del popolo, con il loro carico di solidarietà e di miserie.
Un racconto “laico”, fatto dalla gente semplice, che di quegli episodi ne fa un ritratto molto umano, privo di sovrastrutture teologiche, eppure pregno di fede e di speranza. 

Note:

La drammaturgia di questo spettacolo colloca in Irpinia gli episodi di cui narra, noncurante degli ovvi anacronismi e della errata collocazione geografica, e racconta l’accaduto con la tecnica delle favole della tradizione orale irpina, in cui tutto veniva ricondotto ad una realtà in cui il popolino potesse riconoscersi.
Il linguaggio usato in scena è una sorta di metadialetto, un gramelot irpino, che condensa le sonorità dei diversi dialetti della provincia avellinese, a formare un linguaggio fatto di termini arcaici e neologismi che esaltano i colori del racconto.
Aderendo perfettamente allo spirito della drammaturgia, per le musiche dello spettacolo si è fatto riferimento al patrimonio musicale campano (dal ‘700 agli anni ‘90)

Galleria Fotografica

Fotografie: Antonio Colucci

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