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A lo stesso punto però a n’ata parte

Cast

  • Autore: Paolo Capozzo
  • Regia, progetto scenico, disegno luci e audio: Gianni Di Nardo
  • Assistente di Regia: Luca Aquino
  • Costumi: AlCivico448
  • Interventi pittorici: Teresa Sarno
  • Un ringraziamento speciale per l’aiuto a Marina Parrilli
  • Produzione: Co.C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Compà Prisco: Paolo Capozzo
  • Compà Mostino: Maurizio Picariello
  • Pozzo, Puck, Nennillo, Tebaldo, Il Frate: Vito Scalia

Sinossi

Protagonisti della nostra storia sono Prisco e Mostino, due Zuorri (*) di qualche vecchio copione teatrale di cui abbiamo perso le tracce. I due si svegliano in un teatro vuoto, abbandonato, e scoprono di essere stati letteralmente dimenticati. Il teatro è stato chiuso (per la pandemia) e loro sono rimasti lì, come fantasmi dentro un cimitero. Non hanno più un attore che li interpreti, un pubblico ad applaudirli. Tutte le battute che conoscono suonano vuote, sono vecchie, non li divertono più.  La loro stessa esistenza è messa in dubbio (“Quanno si chiure lo sipario, nui simmo vivi o simmo muorti?”).

Ma, proprio quando sembra che i due stiano per arrendersi al loro destino, rinvengono un vecchio faldone polveroso, all’interno del quale sono custoditi alcuni testi teatrali a loro sconosciuti. Finalmente Prisco e Mostino hanno nuove battute da dire, nuove imprese da compiere, una nuova strada da seguire. Forse è davvero l’unica possibilità: per non morire i due dovranno essere capaci di recitare altri copioni.

Da qui prende inizio il viaggio dei nostri due Zuorri dentro le loro nuove esistenze. Essi diverranno i protagonisti di appassionanti trame e interpreti di alcune delle opere più significative del teatro mondiale (da Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, ad Aspettando Godot di Becket, a Natale in casa Cupiello di De Filippo, etc.), che però, deformate dalla incapacità e dalla inadeguatezza dei due, assumeranno colori surreali, a volte farseschi.

(*) NOTA dell’Autore: Con il termine Zuorri, fino alla metà del secolo scorso, in alta Irpinia (Montella – AV) si indicavano i contadini che coltivavano le terre dei padroni, allevavano i loro animali, raccoglievano i loro frutti, ma non possedevano nulla di quello che producevano. Zuorro era dunque sinonimo di “nullatenente”, sfruttato, povero disgraziato, eternamente affamato, spesso derubato anche della propria dignità di Uomo.

Una somiglianza sorprendente (per carattere ed assonanza) con il personaggio dello Zanni che Dario Fo ha portato sulla scena con lo spettacolo Mistero Buffo prelevandolo direttamente dalle giullarate medievali. Prisco e Mostino (già protagonisti di un precedente spettacolo: “Storie di Terra di suoni e di rumori” andato in scena per vent’anni suonati) assurgono a maschere senza tempo, anime candide. Sono archetipi di un “carattere irpino” ma, nelle nostre intenzioni, rappresentanti di tutti gli ultimi della terra. Il linguaggio che i due protagonisti usano in scena è una sorta di metadialetto, costruito adottando cadenze e sonorità provenienti da vari paesi della provincia di Avellino.

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Fotografie: Antonia Di Nardo, Alessandra Rosa e Francesco Carbone

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L'INTERVISTA a cura del Teatro Tram

Recensioni

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Lo cunto de lo re ‘mbarzamato – an Irpinia dark tale

Cast

  • Autore e Regia: Paolo Capozzo
  • Produzione: Consorzio Teatro Irpino
  • Scenografia e Luci: Gianni Di Nardo
  • Organizzazione generale: Luigi Frasca
  • Musiche: Pietro Turco

Interpreti

  • Giullare: Paolo Capozzo
  • Regina: Angela Caterina
  • Re: Luigi Frasca
  • Segretario: Maurizio Picariello

Sinossi

“Lo cunto de lo re ‘mbarzamato” (prima produzione del neonato Consorzio Teatro Irpino) è una sorta di divertente thriller “politico” ambientato in Irpinia, che racconta di una cospirazione ordita ai danni del re, in cui gli interessi personali dei vari dignitari del regno e le “questioni di stato” si intrecciano indissolubilmente, disegnando una fitta trama di bugie e colpi di scena, da cui alla fine emergerà la verità insospettabile.

I colori del dialetto usato in scena (una sorta di gramelot irpino che Capozzo adopera spesso nei suoi testi) donano allo spettacolo i toni della favola popolare, il cinismo criminale dei suoi protagonisti conferisce alla storia un sapore noir, la condizione della nostra realtà socio-politica è lo specchio dentro cui questa vicenda si rimira … e rende comico il tutto.

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Fotografie: Antonio Colucci & Costantino Mauro

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L' INTERVISTA di Antonella Russoniello

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1980, Cronaca tragicomica di un anno

Cast

  • Autore: Paolo Capozzo
  • Regia e Video: Gianni Di Nardo
  • Produzione: Co.C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Paolo Capozzo

Sinossi

Segnato da importanti avvenimenti di cronaca e di politica, il 1980 è, per me, l’anno del terremoto.

Attraverso un tragitto evoc(re)ativo, rifinito da filmati e musica di repertorio, lo spettacolo ripercorre un anno di vita di un ragazzetto di 17 anni, alle prese con i problemi fatui dello sviluppo.

Accadimenti personali e fatti di cronaca, eventi politici e cotte adolescenziali, s’intrecciano indissolubilmente, dentro il tono ironico che a volte sconfina nella farsa.

Lo stile è riconducibile al “teatro d’evocazione”, in cui l’attore non può limitarsi a raccontare ma è “costretto” a rivivere al presente fatti e personaggi del passato.

Le immagini di Avellino e del Terremoto presenti nello spettacolo sono il frutto di una ricerca scrupolosa che si è avvalsa dell’impagabile aiuto di Olivo Scibelli e Lino Sorrentini. Gli interventi video sono a cura di Gianni Di Nardo.

Galleria Fotografica

Premi & Riconoscimenti

  • Premio Teatro.org al Concorso Nazionale “I Corti della Formica” – Napoli (2008)
  • Premio Miglior Testo Teatrale Concorso Nazionale di Letteratura e Teatro “Nicola Martucci” – Valenzano (BA) (2008)
  • Premio Unicoop Tirreno come Miglior Testo al Festival internazionale di Teatro “Stella d’oro” – Allerona (TR) (2010)

IL TRAILER

Recensioni

Il palco vuoto presenta come unico segno scenografico, oltre allo sfondo su cui scorreranno foto e video, tre cubi di plexiglass che fungono da basi per un telefono grigio a disco, un mangiadischi bianco e un televisore da dodici pollici in bianco e nero. Poi parte Moscow Disco dei Telex e saltiamo indietro di trentatré anni. Un tempo che è una vita. Una vita fa. Per chi non lo sapesse, il mondo era ancora diviso in due blocchi e l’Europa presentava indicazioni come Jugoslavia, Germania Est, Urss, Cecoslovacchia, come mostrano le cartine proiettate.

Per chi non lo avesse capito, stasera è di scena l’annus horribilis (o mirabilis?) che ha segnato – prima di esso solo la fine della seconda guerra mondiale – il tempo per la gente d’Irpinia (e non solo). 1980, cronaca tragicomica di un anno è, appunto, il resoconto in prima persona di quell’anno fatto da Paolo, oggi uomo cinquantenne, allora “ragazzetto” quasi diciottenne iscritto all’ultimo anno del liceo scientifico di Avellino.
E la scuola è la dimensione da cui Paolo comincia a introdurci ai suoi ricordi, ad evocare la sua visione di allora.
Lui non fa parte dei “protagonisti”, è figlio di impiegato statale, sogna di diventare qualcuno, pensa a studiare e a passare il tempo come tutti (magari, come vorrebbero i genitori, frequentando i figli degli impiegati di banca, o dei medici e dei professori) e soprattutto cerca di soddisfare il desiderio per l’altro sesso così imprescindibile e totalizzante. Il desiderio frustrato, le avances disattese evocano locandine della commedia sexy che fu mentre i Ramones sentenziano Baby I Love You. Alle foto della città come era prima si alternano dati, cifre su come fosse allora il mondo, abitato da Reagan, da un giovane Saddam Hussein impegnato a combattere l’Iran di Khomeini, da Andreotti, Craxi e Berlinguer.
Tutto il monologo alterna agli inevitabili ricordi privati momenti pubblici, didascalie che sembrano discendere da una consapevolezza successiva ma che non appesantiscono la narrazione personale, la quale evita volutamente il tono elegiaco per adottare un registro ironico dagli elementi tragicomici. Ricorda molto Woody Allen e la celebrazione dei giorni della radio, con la goffaggine e la rivendicazione di una ostinata dignità, il Paolo di oggi che danza come una marionetta impazzita al ritmo di Coming Up di Paul McCarney e di Another One Bites the Dust dei Queen, novello David Byrne intento a correre lungo la strada del tempo che ci porta fino ad oggi, e oltre.
Sfilano le immagini della tragedia di Ustica e della strage di Bologna, sfregi indelebili sul volto della democrazia ma troppo distanti, nella loro serietà, a turbare quell’estate, la mia, trascorsa in strada e a sentire i successi del Festivalbar.
L’autunno di Paolo porta alla scoperta dell’amore più importante della sua vita, secondo solo a quello per le donne: il teatro. La domenica si prova in uno spazio improvvisato, con il palco fatto in proprio, in uno spazio che più di una cantina non è, anche quella domenica che i “Lupi” hanno battuto l’Ascoli per quattro a due, in quel pomeriggio che faceva caldo, troppo caldo per la fine di novembre, mentre nel registratore girava una cassetta degli Squallor.

Poche immagini, meglio allora le cifre di denuncia dello scempio umano, sociale ed economico del sisma: tremila morti, diecimila feriti, duecentomila senzatetto, sessantamila miliardi stanziati per l’Irpinia, di cui ventimila solo per Napoli (che pure ha subito danni, ma in misura molto minore), l’allargamento dell’intervento a 687 comuni a fronte dei 283 iniziali, la costruzione di intere aree industriali che si sono rivelate le classiche cattedrali nel deserto, forse l’ultimo grande intervento pianificato dello Stato nell’economia di mercato di un Paese occidentale.
Poi la narrazione riprende, come è ripresa la scuola dopo uno iato di almeno venti giorni di vacanze forzate, con la novità dei turni pomeridiani per assicurare una continuità didattica che arrivasse fino a giugno. Paolo non subisce lutti e la sua casa resta in piedi, come del resto è capitato alla maggioranza dei ragazzi di Avellino di riprendere le abitudini di sempre. Però qualcosa lo segna, e segna ognuno che abbia vissuto quei momenti, quei mesi, quell’anno che chiudeva il decennio precedente per aprirsi alla novità carica di aspettative di benessere di quello successivo.
Forse non è retorica affermare che gli Ottanta siano stati gli anni del disimpegno e dell’abbondanza dato che mai come nel caso del nostro Meridione terremotato la ricostruzione è stato il segno di un cambiamento urbano, economico, sociale, culturale, che ha dato l’impressione di un raggiunto benessere, pari a quello che investiva il Paese intero.
Un’impressione che si è alimentata delle speranze dell’adolescenza, dell’incontenibile desiderio di crescere e di diventare grandi, del miraggio di un cambiamento radicale: si è azzerato tutto, si ricostruisce tutto, nulla sarà più come prima! E invece… Babe, I love you so / I, I want you to know / That I’m goin’ to miss your love / The minute you walk out that door / So please don’t go, don’t go / Don’t go away…

A cura di: Antonio Cataldo
www.ilpickwick.it

Storie di Terra, di Suoni e di Rumori

Cast

  • Autore: Paolo Capozzo
  • Regia: Gianni Di Nardo
  • Produzione: Co.C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Compà Prisco: Paolo Capozzo
  • Compà Mostino: Maurizio Picariello

Sinossi

Questo spettacolo è dedicato agli ultimi della fila

Dopo secoli passati in balia di vermi e ratti, spuntando come piante dalla terra dove erano stati sotterrati, còmpa Mostino e còmpa Prisco tornano alla luce.
La terra che li aveva inghiottiti, seppellendoli sotto centinaia di anni di storia, sotto tonnellate di detriti della memoria, li partorisce di nuovo.
Proprio così, rinascono! Si affacciano di nuovo alle speranze di una vita migliore. Hanno un’altra occasione di riscatto da un’esistenza di stenti e di soprusi.
Riavvolto il nastro della propria (e della nostra) memoria, i nostri due Compari intraprendono un viaggio che ripercorre tutto il 20esimo secolo, nella speranza di un destino diverso da quello che il “fato” gli ha imposto sinora.

Improbabili soldati di guerre volute da altri, complici e vittime di catastrofi e disastri ambientali, i nostri due “candidi” eroi affrontano con disarmante ingenuità tragedie devastanti. Dalla grande guerra (1915) alla liberazione (1945), alle lotte sociali sedate nel sangue (1950), al terremoto (1980), alla crisi dei rifiuti (2003).
Ogni volta Mostino e Prisco accettano rassegnati l’ennesima sconfitta (“nui simmo sfurtunati”), con l’ingannevole illusione che gli basterà “morire e rinascere” per avere un destino diverso.

NOTE DI REGIA

L’ignoranza assolve i semplici e li rende puri? Prisco e Mostino non lo sanno e non si pongono il problema, tirano dritti. Attraverseranno l’ultimo secolo e mezzo senza peso, leggeri ed essenziali come bambini, divertiti e complici come Totò e Peppino, assurdi e poetici come Didi e Gogo. Di loro non si dirà ne’ vili ne’ eroi, ma spettatori di un’esistenza umana ciclica e surreale che canta sempre lo stesso verso palindromo ” per nascere si deve morire” .

PS: In scena viene adoperato una sorta di meta-dialetto, un gramelot irpino, in cui le parole concorrono a far passare suoni e vibrazioni, ancor prima che significati. Non sforzatevi di capire, basterà ascoltare.

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Premi & Riconoscimenti

  • Premio D.A.Vi.Mu.S. come Migliore Spettacolo e Premio Miglior Attore a Paolo Capozzo e Maurizio Picariello – Festival Nazionale “Teatro XS” Salerno (2010)
  • Premio Migliore Spettacolo al Festival “Città di Vico Equense” (2013)

IL TRAILER

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

Recensioni

 “La giuria tiene a sottolineare che assegnando il premio congiuntamente a due attori, interpreti dello stesso lavoro, intende privilegiare la inscindibilità della dinamica teatrale incarnata sulla scena da Paolo Capozzo e Maurizio Picariello.

Dinamica teatrale che ha le sue radici sia nella storia del teatro dialettale italiano sia di tanto nostro cinema della “commedia all’italiana”, croce e delizia della nostra identità nazionale presso altre culture. Perché la forza di questi due attori poggia tutta su un nostro paradosso irrisolto: che il dramma consista nel non riuscire a uscire dalla commedia. Si dia merito, e giusto merito, dunque, alla recitazione di questi due bravi attori, di voluta, intenzionale grana grossa, a mo’ di zanni, che asseconda i pregi e fa dimenticare i pochi limiti dell’allestimento. “

Festival Nazionale “Teatro XS” di Salerno (II Edizione), motivazioni della giuria per il premio come “Miglior Attore” a Paolo Capozzo e Maurizio Picariello per lo spettacolo Storie di Terra, di Suoni e di Rumori di Paolo Capozzo – regia di Gianni Di Nardo

Doppio Senso

Cast

  • Autore e Regia: Paolo Capozzo
  • Musiche: Pietro Turco
  • Produzione: Teatro di Gluck / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Pistone: Maurizio Picariello
  • Calotta: Elena Spiniello
  • Mercante, Vigile urbano, Dryfuss: Vincenzo Albano

Sinossi

Avete mai provato a fare una passeggiata tenendo gli occhi chiusi? No?!
Pensate che sia una cosa un po’ folle e che per strada gli occhi vadano tenuti bene aperti? Avete ragione!
Eppure spesso capita di vedere persone che vanno in giro senza prestare alcuna attenzione a quello che gli accade intorno, senza scorgere i segnali di pericolo, senza prendere in considerazione nessuna regola.
Più o meno è come se andassero in giro con una benda sugli occhi: non v’è nulla di più sciocco e pericoloso.
È quello che accade a Calotta e Pistone, i protagonisti della nostra storia. Essi attraversano la città percorrendo strade sconosciute, incrociando incroci, scavalcando cavalcavia, oltrepassando passaggi a livello, su e giù per dirupi, burroni, scale e dislivelli. Incontreranno Mercanti, Vigili Urbani e alla fine del loro viaggio essi si troveranno al cospetto di Dryfuss, il “Signore della strada asfaltata”, da cui impareranno le regole da rispettare per passeggiare finalmente sicuri per la città.

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Fotografie: Costantino Mauro

Recensioni

Al di là del mare

Cast

  • Autore: Paolo Capozzo
  • Regia e Produzione: Teatro ASSUD
  • Coproduzione: Teatro 99 Posti
  • Scenografia: Gianni Di Nardo
  • Macchinista: Raffaele Bianco

Interpreti

  • Maurizio Picariello
  • Micol Barbieri
  • Elena Spiniello
  • Raffaele Zenca
  • Ramona Barbieri

Sinossi

Al di là del Mare, è una storia che si svolge nell’anno 2040, anche se, a dire il vero, comincia qualche tempo prima (ad occhio e croce proprio alla fine del millennio), ed è ambientata da questa parte del mare, in uno dei tanti “Centri di accoglienza, saluti e rimpatrio” nati negli ultimi anni su questa sponda. Qui vive un popolo civile e democratico, progredito fino al punto di possedere tutto, ma costretto a vivere barricato per difendere il proprio benessere. Infatti una popolazione primitiva che vive al di là del mare minaccia l’equilibrio sociale faticosamente conquistato.
Questi esseri selvaggi sono affamati e poverissimi, disposti a tutto per sopravvivere e perciò pericolosi.
Giungono su questa sponda con mezzi di fortuna, sempre più numerosi ed agguerriti, alla ricerca di cibo e di una nuova dimora. Il popolo civile n’è terrorizzato, ma al tempo stesso è cosciente che non può restare inerte di fronte a tali attacchi.
La storia, i personaggi, la tematica, tutto sembra fin troppo chiaro e consueto, “normale”: ci sono i buoni e i cattivi, persino il finale sembra scontato, invece …
“Al di là del mare” è una favola moderna, che, in forma di divertente allegoria, racconta dei sentimenti contraddittori del mondo “evoluto” (ovvero di quella parte del pianeta Terra che comunemente è detto occidente industrializzato) nei confronti dei popoli che <>. E’ chiaramente ispirata a fatti realmente accaduti, che ancora stanno accadendo in varie parti del mondo e che, nel bene e nel male, ci vedono tutti coinvolti.
Così il mare di questa favola diventa il simbolo di una linea di confine tra noi e “gli altri”, tra bianco e nero, tra nord e sud. Il grande mare della nostra cattiva coscienza ci “difende” di volta in volta dagli “altri mondi”: extracomunitari,  terroni, barboni, zingari, etc.; un mare troppo grande anche solo per immaginare di attraversarlo. Impegnati come siamo a presidiare le nostre “ricchezze”, dimentichiamo troppo spesso che a pochi chilometri di distanza ci sono intere popolazioni che muoiono per fame, o tra gli stenti di una guerra, o più “banalmente” vittime delle torture di regimi dittatoriali.
Lo spettacolo è cantato e ballato, oltre che recitato, e coinvolge sistematicamente il giovanissimo pubblico sul sottile filo tra teatro e gioco, tra esilarante comicità e riflessione, tra il desiderio naturale di voler essere dalla parte dei buoni ed il dubbio che in realtà i “buoni” non sono quelli che pensavamo!

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L' INTERVISTA

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Tra Cielo e Terra – la natività raccontata dagli ultimi

Cast

  • Autore e Regia: Paolo Capozzo
  • Musiche: Giuseppe Relmi e Massimo Testa
  • Produzione: Consorzio Teatro Irpino

Interpreti

  • Paolo Capozzo
  • Angela Caterina
  • Giuseppe Relmi
  • Massimo Testa

Sinossi

 “Tra cielo e terra” è uno spettacolo che narra dei primi anni dell’infanzia di Gesù (dall’annunciazione dell’arcangelo Gabriele alla strage degli innocenti) attraverso un appassionato racconto vissuto con lo sguardo e la lingua degli “ultimi”, dei semplici, di coloro che, pur se testimoni della storia, non ne sono stati mai protagonisti.
Alla voce ufficiale delle scritture, quindi, si sovrappone il vociare di uomini e donne del popolo, con il loro carico di solidarietà e di miserie.
Un racconto “laico”, fatto dalla gente semplice, che di quegli episodi ne fa un ritratto molto umano, privo di sovrastrutture teologiche, eppure pregno di fede e di speranza. 

Note:

La drammaturgia di questo spettacolo colloca in Irpinia gli episodi di cui narra, noncurante degli ovvi anacronismi e della errata collocazione geografica, e racconta l’accaduto con la tecnica delle favole della tradizione orale irpina, in cui tutto veniva ricondotto ad una realtà in cui il popolino potesse riconoscersi.
Il linguaggio usato in scena è una sorta di metadialetto, un gramelot irpino, che condensa le sonorità dei diversi dialetti della provincia avellinese, a formare un linguaggio fatto di termini arcaici e neologismi che esaltano i colori del racconto.
Aderendo perfettamente allo spirito della drammaturgia, per le musiche dello spettacolo si è fatto riferimento al patrimonio musicale campano (dal ‘700 agli anni ‘90)

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Fotografie: Antonio Colucci

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Corto Circuito

Cast

  • Autore e Regia: Paolo Capozzo
  • Produzione: C.I.S. / Teatro 99 Posti
  • Coreografie: Antonella De Angelis
  • Scenografie e Disegno Luci: Gianni Di Nardo e Antonio Ippolito
  • Costumi: Dina Del Regno
  • Musiche: Pietro Turco

Interpreti

  • Carmine: Maurizio Picariello
  • Angela: Elena Spiniello
  • Corpo di Ballo: Cristina Barone, Simonetta Incarnato, Valentina Soldo, Maria Teresa Formicola, Marcella Rafaniello, Marina Villani, Valeria Forgione,Simona Carbone, Laura Forcellati

Sinossi

Quella di Angela e Carmine è una vicenda campana per nostra comodità, ma la loro storia potrebbe vivere sotto altri dialetti e in altri luoghi.
In essa si assommano dolore, sensi di colpa, prostrazione, impotenza, rassegnazione, rabbia distruttiva; tutte le contraddizioni di una realtà sociale che arranca sotto il peso della disoccupazione e di un’improvvisa e inaspettata indigenza.
La storia è “semplice”.
Lui, Carmine, giovane uomo, energico, ottimista, affronta la vita , alleva speranze. Lei, Angela, ragazza sognante, creativa, piena di entusiasmo. S’incontrano, s’innamorano, hanno due figli (i gemelli) …
Sembrerebbe una storia come tante, di cui non varrebbe la pena raccontare …
Ma improvvisamente la loro vita viene stravolta: la crisi economica esplode nelle loro esistenze violentando il loro progetto di vita,  espropriandoli del ruolo e dell’identità, oltre che delle prospettive di sicurezza.
La quotidianità di Angela e Carmine diventa in pochi mesi una lotta per la sopravvivenza, “una battaglia continua”, con due figli ancora in fasce, una cassintegrazione di mesi che conduce lui sull’orlo di un esaurimento e lei ad un lavoro sottopagato e frustrante.
La giovane spavalderia giovanile, poco alla volta, scompare lasciando Carmine zavorrato al suolo, schiacciato dai sensi di colpa, costretto tra pensieri di violenta e disperata ribellione e reminiscenze di una religiosità infantile ridotta a favoletta per bambini.
Angela si trova così a lottare con le unghie per salvare la propria famiglia, per strappare il marito alla follia, per tentare di fermarlo prima dell’ultimo irrimediabile gesto.

Nota
Il palcoscenico è utilizzato come luogo “virtuale” e indefinito, dove i personaggi e gli accadimenti che li coinvolgono vivono in sospensione di tempo e di spazio, a tessere una trama destinata a trasmettere segni e sensazioni, ad offrire percezioni ed intuizioni, attraverso alcuni passaggi essenziali del percorso interiore dei protagonisti.
In questo contesto, l’implosione dei rapporti della coppia è disegnata per frammenti narrativi del “vissuto” intessuti con momenti puramente emozionali, in cui la scelta di usare elementi coreografici in vece delle parole è volta a cogliere essenze e profondità più che a rappresentare “la storia”.

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Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

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CONFERENZA STAMPA di presentazione - di Paolo Capozzo

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Diario di Viaggi

Cast

  • Autori: Francesco e Gianni Di Nardo
  • Regia: Gianni Di Nardo
  • Illustrazioni: Maria Teresa Sarno
  • Produzione: Co.C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Francesco Di Nardo: Francesco
  • Gianni Di Nardo: Gianni

Sinossi

Francesco ha solo diciannove anni quando si arruola volontario per la guerra, non sa cosa lo aspetta, non sa che così scoprirà la crudeltà e la follia dell’uomo. Quando arriva l’armistizio dell’otto settembre, Francesco, come tanti soldati italiani, si trova, all’improvviso, al di là delle linee nemiche. I tedeschi lo catturano e lo deportano in Germania. Diventa un IMI, uno schiavo di guerra, vilipeso, denutrito, venduto ogni giorno -in una nazione che odia gli Italiani ritenendoli traditori- a chi ha bisogno del lavoro delle sue braccia. Sopravvive per due anni in condizioni estreme ma, quando gli chiedono di entrare nelle schiere di Salò e poter tornare così in Italia, si rifiuta e preferisce il campo, il lager, alla farsa ormai palese ai suoi occhi del fascismo, nonostante la fame perenne, il freddo e la paura di morire.

La vicenda di Francesco prosegue. Il racconto del testimone, sul palco, si intreccia con un nuovo viaggio, la strada ripercorsa settanta anni dopo insieme a suo figlio, Gianni, che lo accompagna lungo i luoghi della sua memoria, una memoria dolorosa, a volte, e, a volte, candida, animata ancora dall’innocenza giovanile.

Gianni e Francesco viaggiano insieme, lo scopo sembrerebbe quello di intessere di nuovo i fili dei ricordi, di un’esperienza estrema che rischierebbe di dissolversi se non fosse fissata dalle immagini; eppure questo viaggio ha un duplice significato perché segna anche per il figlio un punto di svolta, la presa di coscienza di aver capito davvero, di aver trovato un dialogo profondo e diverso con Francesco, al di là dei legami di sangue, da uomo a uomo, da essere umano a essere umano.

Francesco tornerà dalla guerra con in testa una parola: democrazia, e con la curiosità di sperimentarla finalmente. Padre e figlio attraverseranno il muro del tempo a ritroso, minuziosamente e con ostinazione, e faranno ritorno insieme.

Se la letteratura e il teatro sono testimonianza, questa funzione è assolta, una tela tessuta a quattro mani che trova i suoi intoppi per poi procedere, invece, verso la “verità”, un atto d’amore completo di un figlio verso suo padre, una prova di come gli uomini possano cambiare, diventare migliori e, seppure fra mille difficoltà, rimanere puri e non farsi sporcare dall’oscenità e dal delirio della guerra.

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IL VIDEO di Maurizio Picariello

Prima della PRIMA di Antonella Russoniello

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Il teatro e la memoria. Al Teatro 99 posti di Avellino va in scena Diario di viaggi, spettacolo sui generis che trasforma il teatro da luogo della rappresentazione in luogo della narrazione.
Ad aprire la scena, occupando inattesi l’assito, i Tammuriarè, musici popolari che fungono da preludio a ritmo di folklore e che col loro intervento sovvertono la ritualità del teatro.

Ma non è l’unico sovvertimento: una volta sopitasi l’eco di castagnette e tammorre, a guadagnare il palco non sono attori preposti a sostenere una parte, foss’anche una lettura drammatizzata; a guadagnare il palco sono due uomini, uno sì attore e regista – Gianni Di Nardo – ma che attore cessa di essere per due ore, “trasformandosi” in se stesso che legge un diario di viaggio; l’altro il di lui padre, Francesco, portatore sano e lucido di memoria. Nemmeno l’anziano genitore sostiene una parte; semplicemente: racconta. Comodamente assiso in una poltrona sul palco, rischiarato da calda luce, con rigorosa minuzia offre regesto della propria esperienza di guerra e di deportazione. Occupa egli un lato della scena, ma è come se si trovasse dinanzi ad un raccolto focolare ad ingannar col calore della rimembranza l’inverno ed il tempo.
Nel mezzo un telo bianco s’accende della proiezione d’immagini, resoconto filmato dai connotati artigianali del viaggio a ritroso sulle tracce della memoria che padre e figlio hanno effettuato alla ricerca di testimonianze e residuati di quanto ancora impresso, scolpito nella mente di un reduce di guerra. Un uomo partito volontario dall’Irpinia, passato dalla guerra sul fronte jugoslavo alla deportazione in Germania dopo l’8 settembre del ‘43.
La narrazione procede lungo due binari paralleli, quello del ricordo e quello del ritorno: da un lato i ricordi di Francesco sono ripercorsi con dovizia di particolari, snocciolati con una precisione così dettagliata da farli apparir cosa ancora viva e contemporanea, a dispetto della coltre del tempo minacciosa d’oblio; dall’altro lato l’evanescenza delle tracce residuali di un passato che tende a sfumare, come se il presente ne avesse inghiottito la memoria.
E così ben poco dell’oggi coincide al ricordo di ieri, e non solo perché Fiume nel frattempo è diventata Rijeka, non solo perché i dintorni di Hannover sono mutati radicalmente d’aspetto. Per quanto nitida e vivida è l’impressione rimasta nella mente e negli occhi di Francesco a distanza di quasi tre quarti di secolo, altrettanto nebulosa e sfumata è la possibilità di riscontrare tracce concrete: casette graziose col tetto a spiovente sorgono ora dove un tempo s’acquartieravano i casermoni d’un campo di concentramento tedesco.
Il racconto di Francesco ha toni lievi anche quando narra delle immancabili crudezze della guerra, appare venato del disincanto malinconico della gioventù, riempito degli episodi attraverso i quali un ragazzo s’è dovuto in fretta far uomo, conoscendo l’umanità e il mondo nel più scabroso dei frangenti, quando la condivisione d’un tozzo di pane raffermo finiva per legare indissolubilmente un uomo ad un uomo.
Risulta difficile parlare di “teatro” in senso stretto, se non per il luogo che accoglie Diario di viaggi. Se proprio dovessimo sforzarci di coniar locuzione acconcia, ci piacerebbe definir questa narrazione da focolare, delicata e dignitosa testimonianza di vita, “teatro informale”, raccontato da un palco da chi attore non è né s’è sforzato di essere, ma semplicemente ha raccontato di sé.
Viaggio e memoria prendono corpo, si sostanziano, l’evocazione sublima il passato derubricandolo in esperienza di vita; le parole di Virgilio, dall’Eneide, a chiosa finale: “Forse un giorno sarà dolce ricordare anche questo”.

A cura di: Michele Di Donato
www.ilpickwick.it

Giochi di Famiglia

Cast

  • Autrice: Biljana Srbljanovic
  • Regia: Gianni Di Nardo
  • Produzione: Co.C.I.S. / Teatro 99 Posti

Interpreti

  • Vincenzo Albano
  • Gianni Di Nardo
  • Maria Irpino
  • Samantha Rossi

Sinossi

Scritto da Biljana Srbljanovic nel 1998, “Giochi di famiglia” è il secondo testo della cosiddetta “Trilogia di Belgrado”. 
Tutti i personaggi di questo dramma sono bambini, gli attori, invece, non sono bambini, sono adulti che interpretano parti di bambini, che, a loro volta, giocano a fare gli adulti. Il luogo dell’azione è un cortile tra i palazzi di una periferia urbana degradata. E’ qui che si rifugiano i quattro bambini per “giocare alla famiglia”: c’è un padre carnefice, una madre che impara a farsi picchiare dal figlio, un cane-bambina innalzata al ruolo di vittima sacrificale. In questa infanzia il mondo interiore e violenza sociale non sono ancora distinti, l’aspetto drammatico della vicenda è che questi bambini fanno tremendamente sul serio, nel gioco, come un destino senza tempo che, una volta richiamato, travalica la finzione.

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